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"Nuovo Iraq" o nuova frontiera per Israele?

Una breve rassegna di quanto filtrato nelle ultime settimane su un risvolto poco conosciuto dell'occupazione dell'Iraq

[...] Osservatori iraqì riferiscono di truppe di lingua ebraica insieme alle truppe americane a Baghdad; persino la stampa americana ha riportato che Israele sta "aiutando gli USA" nella ricerca delle WMD (armi di distruzione di massa).



Del resto i metodi usati dalle truppe americane in Iraq non si discostano da quelli usati da Israele in Palestina (artiglieria pesante contro le case, sfondare la porta irrompendo senza prove, arrestare figli e padri portandoli non si sa dove, oppure distruggere le case con carri armati, mortai o missili solo per "voci" che ci siano "terroristi" o gente "proSaddam".

(informationclearinghouse.info)



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Un Imam sunnita ha accusato le forze statunitensi d’occupazione di aprire il paese agli israeliti, e ha redarguito severamente gli iraqì che lavorano come brokers per gli infiltrati israeliani.

"La liberazione di cui parlavano si riferiva al liberare l’Iraq dalla sua popolazione arabo-musulmana (…) cosicchè gli ebrei possano entrarvi a prenderne il posto", ha detto Sheikh Mahmud Khalaf ai fedeli durante la preghiera settimanale nella moschea di Baghdad S. Abdul Kader al-Kilani. "Ebrei israeliani, sia civili che militari, stanno ora entrando in Iraq (...) comprando terre, fabbriche e aziende mentre gli Iraqi lavorano per loro come intermediari e guide".


Khalaf ha puntato il dito contro tutte le promesse fatte dalla coalizione occupante, ora volatilizzate. "La situazione economica si sta deteriorando, le condizioni della popolazione stanno nettamente peggiorando, le risorse del nostro paese sono state devastate e la nostra volontà usurpata" ha detto. "La disoccupazione cresce, il vizio si espande, crimini ad ogni angolo, l’onore è violato e il sangue scorre."

Dopo i ripetuti attacchi contro le forze anglostatunitensi in Iraq, l’Amministrazione occupante ha messo fuorilegge gli incitamenti alla violenza, asserendo di essere pronta a garantire il bando persino nelle moschee.

(AFP)


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Un capo religioso Sciita ha emanato un decreto (fatwa) in cui si stabilisce la pena capitale per qualunque ebreo che acquisti terreni e possedimenti in Iraq. L’Ayatollah Kazem Al Husseini Al Haieri nella sua fatwa ha detto inoltre che la vendita di proprietà ad Ebrei è vietata ai Musulmani.

Un rappresentante dell’ufficio di Haieri nella città santa di Najaf ha detto che molti Iraqi avevano sollecitato il decreto di Haieri, dopo essere stati avvicinati ripetutamente da ebrei stranieri nelle ultime sei settimane. "Ogni ebreo che tenti, d’ora in poi, di acquistare un pezzo di terra o una casa in Iraq, verrà ucciso" dice la fatwa. "Vendere qualsiasi pezzo di terra o casa in Iraq ad Ebrei è vietato". Il Segretario di Haieri, Sheikh Abu Ali Al Azaie, ha confermato l'emissione del decreto in una telefonata dalla città iraniana di Qom: "La fatwa è autentica", ha detto.

Mustafa Al Yakoubi, un mullah di Najaf, riferisce che la maggior parte delle offerte d’acquisto di proprietà sono state fatte nell’area di Kefl tra Najaf e Kerbela, un’altra città santa 100 km a sud di Baghdad.

"I proprietari si sono visti offrire prezzi molto alti per i loro possedimenti", dice. "Quando hanno controllato chi fossero, con gli agenti immobiliari, hanno scoperto che gli aspiranti compratori erano ebrei stranieri."

La comunità ebraica in Iraq traccia le sue origini a partire dalla deportazione di migliaia d’ebrei da Gerusalemme 2500 anni fa, dopo che la città fu conquistata dal re di Babilonia Nabucodonosor. Per un migliaio d’anni Babilonia fu il centro culturale, religioso e scientifico del mondo ebraico. Più di 129.000 ebrei iraqeni sono immigrati in Israele dopo la nascita dello Stato nel 1948.


Gli Ebrei di Baghdad, circa 70, mantengono un basso profilo. Due di loro dicono che si sentivano sicuri sotto l’ex leader Saddam e che le loro proprietà non sono state confiscate. "Avevamo vita tranquilla sotto Saddam", dice un novantenne che non vuol dire il proprio nome. "Abbiamo mantenuto le nostre proprietà durante il suo governo".

(Reuters)



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Stando ai rapporti, pare che a Baghdad aziende israeliane e agenti d’intelligence siano alloggiati nel famoso Baghdad Hotel, affittato dalla CIA e da alcune aziende statunitensi di ricostruzione.

"Ci siamo sorpresi che qualcuno avesse affittato l’intero hotel, e così pure quando ci è stato detto che era la CIA, e che l’edificio sarebbe stato riservato a loro e ad agenti accompagnatori", ha detto un impiegato dell’hotel giovedì 24 giugno, sotto anonimato.

Lo stesso ha riferito che i lavoratori dell’hotel avevano notato lunedì un traffico più intenso del solito di civili stranieri armati che gironzolavano attorno all’hotel, con voci secondo cui erano lì per la protezione delle ditte israeliane cheavevano affittato molte stanze all’hotel "I fucili leggeri che portavano non erano di fabbricazione statunitense, ma piuttosto delle mitragliette Uzi israeliane", ha fatto sapere l’impiegato al corrispondente fuori dell’hotel strettamente sorvegliato.

Estromettendo tutti gli ospiti dal Baghdad Hotel, le truppe statunitensi hanno impedito persino ai negozianti di entrare nell’area dell’hotel, rifiutando di corrispondere loro il rimborso dovuto. "Mi è stato detto di lasciar libero il mio negozio, che avevo in affitto da 26 anni, in due ore di tempo", si lamenta Hamid Al-Izawi, prevedendo che la decisione sarà estesa ad altri negozi in prossimità. "Hanno persino rifiutato di rifonderci l’affitto che abbiamo già pagato per l’intero anno".

Il corrispondente ha tentato di entrare nell’Hotel, ma gli è stato impedito l’accesso da membri della sicurezza statunitensi e iraqi collaborazionisti, che gli hanno anche impedito di scattare foto. Hanno detto al reporter che "ora l’hotel è preso in affitto dalle compagnie di ricostruzione statunitensi".

INFILTRAZIONE

Il fatto ha coinciso con la circolazione a Baghdad di un volantino anonimo che esortava gli iraqi a girare al largo da quell’Hotel, perché usato dall’intelligence israeliana. Firmato "un sincero musulmano iraqi", il volantino ha lanciato l’allarme sul fatto che qualcuno stesse comprando le case degli iraqeni a prezzi altissimi, a favore di ebrei.

L’avvertimento ha trovato credito nelle moschee e nella popolazione, diffondendo la voce che gli Israeliani stavano cercando di mettere le mani sugli edifici chiave di Baghdad, nelle aree più strategiche.

"Gli ebrei tenteranno gli iraqi con le lusinghe di grosse offerte per le loro case, controllando i media per diffondere corruzione e immoralità", ha dichiarato Muhanad Abdullah, Imam della moschea Omar Ibn Al-Khatab. "Ma noi li combatteremo, non permetteremo una riedizione anche qui della tragedia palestinese" ha detto Sheikh Muhanad.

[…] L’avvertimento di Sheikh Mahmud Khalaf sulle forze occupanti che aprono il paese agli israeliani è arrivato pochi giorni dopo che il funzionario del Tesoro USA John Taylor aveva invitato le compagnie israeliane a partecipare alla ricostruzione in Iraq: Taylor aveva detto in una intervista al quotidiano israeliano Yediot Ahronot il 21 giugno che il mercato iraqi sarebbe stato sempre aperto per i prodotti israeliani.

ALLARMI STAMPA

Già preoccupanti le notizie dell’infiltrazione israeliana nel paese occupato dagli USA, la stampa iraqi ha rincarato la dose con una ondata di testimonianze sull’acquisizione di proprietà da parte degli interessi israeliani. "Un hotel del centro ospita un gruppo di israeliani che cercano case e palazzi precedentemente appartenuti ad ufficiali del passato governo", ha scritto il quotidiano Al-Dawa sotto il titolo "I segreti del Karrada Hotel". "Gli israeliani arrivano e comprano, come fecero in Palestina", gli ha fatto eco Al-Hilal, mentre un altro giornale, menzionando i residenti di Baghdad cui è stato offerto molto denaro per vendere la loro casa, si è chiesto se "gli ebrei hanno intenzione di reclamare le proprietà loro confiscate quando abbandonarono il paese nel 1951".

La TV israeliana ha riferito che un rappresentante della Jewish Agency si è recato in Iraq per verificare la sicurezza della comunità ebraica dall’estromissione di Saddam. 100.000 ebrei vivevano in Iraq prima della creazione dello Stato di Israele nel 1948, ma la maggior parte lasciò il paese ed ora solo circa una quarantina di ebrei rimangono in Iraq. La piccola comunità vive a Baghdad, presso la sinagoga del distretto di Batawin.

(Aws al-Sharqy - Baghdad - per www.arabia.com)



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"Washington spinge le compagnie israeliane: non perdete l'opportunità d'oro dell'Iraq"
Gli USA hanno invitato le aziende israeliane a prender parte alla ricostruzione dell'Iraq, asserendo che "la strada è aperta per loro" e che dovrebbero sapere come far tesoro delle preziose opportunità dispiegate dinanzi a loro.

Queste dichiarazioni hanno coinciso con una visita a Baghdad della delegazione della "Jewish Agency for Immigration", nel mezzo di un gran flusso di notizie stampa su tentativi ebraici d'acquisto di terre e proprietà e tentativi del Mossad di stabilire una testa di ponte in Iraq. Tutto ciò mentre i membri del Senato USA, sia Repubblicani che Democratici, dicevano che gli USA rimarranno in Iraq ancora per molti anni a venire, pur ammettendo che l'intervento bellico americano è stato mal preparato e non ben spiegato dall'Amministrazione Bush.

"GOLDEN OPPORTUNITY"

John Taylor, segretario alle Finanze USA, ha concesso un intervista allo Yediot Aharonot, mentre partecipava al WEF in Giordania, dicendo che "la legislazione in campo economico che verrà portata avanti in Iraq nelle prossime settimane prospetterà occasioni d'oro per le compagnie israeliane che vogliono condurre progetti e investimenti in Iraq". Ha anche aggiunto che la partecipazione israeliana nella ricostruzione iraqena servirà a rivitalizzare l'economia israeliana.

In risposta ad una domanda sulla possibilità per le aziende israeliane di prender parte allo sviluppo di infrastrutture di base in Iraq, Taylor ha detto "Certo, non c'è nulla che lo impedisca, le compagnie israeliane hanno solide credenziali nel campo della tecnologia avanzata applicata alle infrastrutture. E in più potranno vendere i loro prodotti in Iraq, da sé o con la partecipazione di terzi. Attualmente non ci sono limiti alle importazioni in Iraq, anzi, l'importazione è del tutto libera da vincoli. Le porte del mercato iraqeno sono totalmente aperte."

Taylor è il responsabile della politica economica nell'Amministrazione Bush, Iraq incluso. Taylor occupa anche il posto di Segretario Generale del Comitato americano che sovrintende al monitoraggio dell'economia israeliana.

IMMIGRATION AGENCY

Nel frattempo un funzionario della Jewish Agency, istituzione semigovernativa che organizza l'immigrazione in Israele, Jeff Kaiyi, si recava in visita a Baghdad e intratteneva i suoi primi rapporti con gli ebrei della capitale - un totale di 34 persone - gli ultimi rimasti di una delle maggiori comunità ebraiche nel mondo.

Kaiyi ha affermato che lo scopo principale della sua visita di 3 giorni a Baghdad era assicurarsi personalmente che gli ebrei della città fossero al sicuro, dicendo alla Reuters "l'immigrazione non è il nostro scopo", ma aggiungendo: "se però qualcuno ne esprimesse il bisogno, non dovrebbero chiederlo due volte. Siamo pronti a fare tutto ciò che è in nostro potere per farli uscire."

Kaiyi ha poi continuato dicendo che sebbene gli ebrei di Baghdad avessero subito nel tempo repressioni e confische, Saddam Hussein garantì loro che non sarebbero stati toccati. Dice di Saddam: "Credo fosse importante per lui mostrare al mondo che era nemico di Israele ma non degli ebrei". Non ci sono bambini tra gli ebrei di Baghdad, metà dei quali hanno più di 70 anni. Non ci sono stati matrimoni ebraici in città fin dal 1978. Le 34 persone incontrate sono solo quegli ebrei che si dichiarano tali, ma è possibile che ce ne siano altri che non vogliono attrarre l'attenzione su di sé. Kaiyi ha portato al gruppo libri di Salmi e articoli religiosi ebraici, dicendo che ci sarebbero state altre delegazioni che avrebbero portato loro assistenza.

THE MOSSAD IN BAGHDAD

La visita della Jewish Agency è capitata in mezzo a sermoni religiosi e articoli di stampa che riportavano l'attività d'acquisto di case e terreni da parte di Ebrei. Tali notizie hanno portato alla reazione di una ditta iraqena di ricostruzione sotto contratto con gli Americani, su cui giravano voci che fosse al servizio dell'intelligence israeliana: i managers della ditta Al-Qaten dunque, specializzata in restauri di edifici, hanno organizzato una conferenza stampa per smentire le accuse di essere al servizio del Mossad o della CIA.

Un volantino anonimo circolante a Baghdad invitava gli iraqi a non avvicinarsi all’Hotel, avvertendo anche i residenti della capitale della presenza di ebrei che "vogliono acquistare case e prendere il controllo dei media e del commercio". Esortava anche a non recarsi al Samarra Hospital dove lavorano medici ebrei. Un cartello messo sul cancello dell’ospedale rispondeva a queste voci dicendo che "l’ospedale è di proprietà di Jamal Massah, un arabo iraqi; è aperto da 10 anni e continuerà a ricevere tutti gli iraqi che ne avranno bisogno". Ahmad Sinjar, direttore della al-Qaten Company, afferma che "la fonte delle voci proviene dai leader religiosi, che hanno preso di mira la Al-Qaten perché è stata la prima azienda dopo la guerra a cooperare con gli americani".

Il quotidiano ad-Da'wah ha pubblicato un articolo dal titolo "I segreti dell'hotel di Al-Karrada", in cui si dice che "un hotel del centro città accoglie un gruppo di israeliani che intendono acquistare palazzi che appartenevano agli ufficiali dell’ex-regime".

"Gli Imam nelle moschee accusano le forze occupanti di aprire le porte del paese agli israeliani". Tutto ciò dopo un’incremento di articoli a sulla stampa locale che discutevano l’argomento. Il quotidiano al-Yawm al-Akhar per esempio aveva come titolo "Gli Ebrei stanno comprando tutto". Su Al-Hilal c’era scritto che "Sono arrivati gli Ebrei e si stanno comprando le cose come fecero in Palestina".

Sul quotidiano as-Sa'ah ci si chiede se gli ebrei intendano chiedere il reintegro dei beni confiscati nel 1951. Tutti questi giornali si sono avvalsi di testimonianze di residenti della capitale che hanno confermato di essersi visti offrire grosse somme di denaro per le loro case.

(AFP, AP, Reuters)


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DELEGAZIONE ISRAELIANA VISITA IN SEGRETO IL KURDISTAN IRACHENO
Il Cairo, 26 giugno

L'agenzia stampa egiziana Mena ha dato notizia che una delegazione israeliana "di alto livello" ha visitato in segreto, la settimana scorsa, Arbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, per trattare l'acquisto di terreni in vista del rientro di ebrei curdi partiti dalla regione negli anni Cinquanta. Sarebbe stata una fonte responsabile curda a fornire l'informazione all'agenzia. La stessa fonte ha osservato che Israele pensa di costruire degli insediamenti nel nord dell'Iraq per poter controllare il petrolio della zona e l'economia della regione. Gli incontri tra israeliani e curdi si sono svolti sotto gli occhi compiaciuti degli americani, largamente presenti nell'area. La delegazione è stata ricevuta da diversi dirigenti curdi, tra i quali Massoud Barzani, leader del Partito democratico curdo.


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WILL OIL FLOW AGAIN FROM IRAQ TO ISRAEL?
WITH THE END OF THE BRITISH MANDATE AND THE ESTABLISHMENT OF THE JEWISH STATE OF ISRAEL, OIL WILL POSSIBLY FLOW FOR FIRST TIME IN 55 YEARS AGO IN 1948.

Nei media di tutto il mondo si cita una fonte del Ministero Israeliano delle Infrastrutture secondo cui Israele e Giordania hanno iniziato colloqui sulla riapertura del vecchio oleodotto Iraq-Israele. Nel periodo del mandato britannico sulla Palestina, l’oleodotto portava il petrolio iraqeno di Mossul fino al porto di Haifa (nord Israele). Il flusso di petrolio si fermò 55 anni fa, nel 1948, con la fine del mandato britannico e la creazione dello Stato ebraico di Israele.

Secondo la fonte, il Ministro delle Infrastrutture Yoseph Paritzky si sta già incontrando con le autorità giordane in merito all’oleodotto, sulla base della previsione che un governo filo-occidentale sarà instaurato al potere dopo l’intervento bellico statunitense.

Il Ministro Paritzky pensa che far ripartire l’oleodotto potrebbe ridurre del 25% i costi di carburante per Israele, e trasformare Haifa nella "Rotterdam del Medioriente", un grande terminal per l’esportazione del petrolio.

La UPI cita a questo proposito l'esperto di Relazioni Internazionali Dr. Hooman Peimani di Ginevra, che afferma come questo accordo ridurrebbe la dipendenza di Israele dal grezzo russo, riducendo anche i costi di importazione d’energia.

Il maggior ostacolo è rappresentato dal percorso dell’oleodotto attraverso il territorio siriano. Secondo Peimani, se l’oleodotto non sarà deviato attraverso la Giordania, il progetto richiederà un "cambio di regime" in Siria.

"E’ troppo presto per fare una stima delle possibilità di rimessa in funzione dell’oleodotto, o del suo impatto finanziario su Israele, che sarebbe ovviamente notevole", dice la fonte israeliana. "Dipende dal tipo di governo che prenderà piede in Iraq, ma i Giordani sono ottimisti, e il Ministro è entusiasta di tentare un piano per ripristinare il flusso di petrolio".

> Le domande poste a questo riguardo dall’Israel National News al Ministero delle Infrastrutture sono però rimaste senza risposta.


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DUE GRANDI CENTRI D'INTELLIGENCE USA IN COSTRUZIONE IN IRAQ
(articolo di Debka.net, agenzia collegata all’intelligence israeliana)
20 giugno 2003

Gli Americani stanno segretamente costruendo due vasti centri d'intelligence in Iraq, al costo di mezzo miliardo di dollari, secondo un rapporto ricevuto dalle fonti di DEBKA Net Weekly.

Le unità ingegneristiche ed edilizie statunitensi stanno mettendo in piedi ciò che appare essere una "intelligence city" in una località a nord di Mossul, ed una seconda nel distretto Saadun di Baghdad sulla riva est del Tigri.

A giudicare dalle enormi dimensioni dei due progetti e dalla spesa colossale, i nostri esperti militari deducono che è intenzione di Washington conservare una vasta presenza militare in Iraq nel lungo periodo, con ciò si intende per almeno 10 anni.

Le nuove installazioni miglioreranno enormemente il potenziale di controllo militare ed elettronico statunitense sull'Iraq e sui paesi vicini, in particolare Iran e Siria.

Il Centro di controllo di Mossul coprirà l'area dei campi petroliferi del nord Iraq e gli oleodotti che portano gas e petrolio iraqeno fino al Mediterraneo. La strumentazione di questo centro raggiungerà ogni angolo di Iran e Siria, sostituendo gli "occhi ed orecchie elettronici" statunitensi dislocati nel sud della Turchia.

Il progetto verrà attivato con un settore alla volta, secondo il bisogno. Il completamento conclusivo è previsto per la fine del 2005, e lo staff operativo che vi lavorerà sarà composto da circa 4000 persone, tra ingegneri elettronici e funzionari d'intelligence.

Le fonti riportano che il centro in costruzione a Mossul sta causando molto nervosismo a Damasco e Teheran. Entrambi i governi sanno bene che quando la prima sezione del progetto sarà attivata fra 3 mesi, non una sola loro mossa potrà sfuggire alle spie elettroniche statunitensi, e così pure ogni attività terroristica.

Al Centro di Baghdad sono state assegnate funzioni molto diverse: mentre la Stazione di Mossul fornirà un sistema d'allarme precoce contro ogni minaccia esterna alla presenza militare statunitense in Iraq, la Stazione di controllo di Baghdad proteggerà il controllo politico-militare della capitale e delle città satelliti, come Falluja, Ramadi e Tikrit.

Per sgombrare una zona adatta alla costruzione del grosso Centro, le fonti militari di DEBKA Net riferiscono che gli Americani hanno espropriato il lussuoso complesso alberghiero del Baghdad Hotel che sta tra Saadun Street ad est e Abu Nuwas Street, cioè un vasto settore lungo la riva del Tigri, ed anche gli isolati circostanti tra Piazza Firdous e l'autostazione dei bus a nord di Piazza Nasser.

Fin dall'inizio di questa settimana, un ponte aereo ha trasportato grandi containers pieni di componenti elettronici dalle basi militari statunitensi all'aeroporto internazionale di Baghdad.

Una volta che la Stazione elettronica di Baghdad sarà operante, aiuterà le forze USA nella lotta antiguerriglia e contro gli assalti terroristici che uccidono soldati USA quasi ogni giorno. [...]

* * *


una interessantissima analisi storica dell'esodo forzato della comunità ebraica dall'Iraq verso lo stato di Israele (in inglese):
http://www.bintjbeil.com/E/occupation/ameu_iraqjews.html







:: Article nr. 6 sent on

www.uruknet.info?p=6

Link: www.bintjbeil.com/E/occupation/ameu_iraqjews.html



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