Un manifestante iraniano ripreso nelle recenti proteste a Teheran contro il regime di Ahmadinejad
23 giugno 2009
Nota editoriale: Questo articolo è stato scritto poco prima delle ultime elezioni iraniane. Gli eventi successivi, che - di fronte ad una assolutamente non ambigua contrapposizione fra un popolo in rivolta, appoggiato da tutte le organizzazioni dei lavoratori e dai comunisti iraniani, e uno stato dittatoriale reazionario e assassino - hanno visto la stragrande maggioranza dei sedicenti anti-imperialisti italiani e stranieri schierarsi compattamente a sostegno del regime iraniano e della sua feroce macchina repressiva, confermano nel modo più tragico le analisi dell'autrice.
L’eroe
dei due mondi Ahmadinejad, acclamato al suo ritorno dalla Conferenza
di Durban da una folla ben coreografata, ottiene il plauso di molta
parte della sinistra occidentale grazie al ruolo sostenuto dall’Iran
a favore di Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano, ciò che
farebbe della teocrazia iraniana il più luminoso esempio di
"oggettivo antimperialismo". Dobbiamo pensare che gli
studenti e i lavoratori che in Iran si espongono ad una repressione
selvaggia per liberarsi del regime degli ayatollah senza accettare il
patrocinio americano non hanno capito niente?
Queste
due note vorrebbero essere un invito a riflettere sulle loro ragioni.
Dopo
mesi di repressione nelle piazze e assassinii di protagonisti della
rivoluzione, l’atto costitutivo della Repubblica Islamica
dell’Iran fu ratificato, nell’estate del 1981, con
l’esecuzione di 2665 militanti dei Mojaheddin [1] e di altre
formazioni della sinistra iraniana [2].
Il
Tudeh, partito sedicente comunista, filosovietico, riformista
sotto lo shah e collaborazionista con Khomeyni, veniva
liquidato con una serie di pogrom successivi tra il 1982 e il 1988
[3].
La
santificazione del regime procede da quelle decine di migliaia di
giovani bassiji mandati a morire sul fronte della guerra
contro l’Iraq laico e progressista, in un delirio nazionalista
che cancellava le aspirazioni popolari espresse dall’insurrezione
[4].
Mentre
si consolidavano le basi materiali della teocrazia capitalista, la
tutela intransigente della proprietà privata [5] e la presa di
possesso dello Stato da parte dell’apparato clericale [6], i
Comitati di lotta contro le cose vietate e le Pattuglie
della collera di Dio imponevano l’ordine morale islamico
nella società. E non c’è bisogno di ricordare
cosa questo significhi. Mentre si rifiutava la riforma agraria alle
masse diseredate delle campagne venivano soppressi i sindacati
indipendenti e, nel giugno 1981, il regime scatenava una feroce
repressione contro i lavoratori: dai 300 ai 500 arresti al giorno,
decine di migliaia di oppositori assassinati nelle carceri [7]. Più
di 10.000 tra studenti e docenti universitari venivano massacrati in
seguito alle proteste del giugno 1981 [8]. Tudeh e Fronte
Nazionale schieravano i propri militanti a difesa dello Stato
islamico, negando il loro sostegno alle manifestazioni del 1°
maggio, in nome della "comune" lotta contro l’imperialismo
americano alleato dello shah. È forse da questo slogan
dell’epoca, lanciato di fatto contro le aspirazioni delle masse
– ai tempi probabilmente pervase da un autentico sentire
antimperialista – , che buona parte della sinistra si è
lasciata affascinare dalla rivoluzione islamica tanto da preferire la
teocrazia degli ayatollah allo Stato laico iracheno? Tanto da
diffondere la fandonia dell’accordo tra il partito Baath
iracheno e la CIA nonchè quella del sostegno americano a
Saddam Hussein trascurando la provata complicità USA-Iran
nell’affare Iran-Contras o l’altrettanto provato supporto
israeliano all’Iran durante e dopo la guerra Iraq-Iran[9]?
Trent’anni
dopo la proclamazione della Repubblica Islamica – cioè,
mi permetto di dire, dopo la sconfitta della rivoluzione –
l’Iran soggiace ad un regime di terrore, la grande maggioranza
della popolazione versa in condizioni economiche disastrose ed è
soggetta alla deprivazione dei più elementari diritti dei
lavoratori, la discriminazione e oppressione delle minoranze non ha
attualmente paragoni nel mondo, le donne sono vittime della più
retrograda e vessatoria legislazione sul pianeta [10].
Trent’anni
dopo la sconfitta della rivoluzione i Guardiani della Rivoluzione
aggrediscono manifestanti e lavoratori in sciopero, uccidono,
torturano [11]. Per assicurare la stabilità del regime e per
salvaguardare gli interessi di una classe dominante che intende
rispettare le compatibilità con il sistema capitalistico
occidentale e prosperare a rimorchio dei flussi di investimento dei
capitali esteri. L’accelerato processo di privatizzazioni (che
interessa in particolar modo le risorse e l’industria
strategica) insieme alla possibilità offerta agli investitori
esteri di acquisire il 100% di aziende prima gestite dallo Stato non
pare proprio indirizzare l’Iran sulla strada
dell’antimperialismo (nonostante le altisonanti dichiarazioni
di Ahmadinejad), quanto piuttosto rafforzare i già forti
legami del regime con il mondo dominato dalle multinazionali [12].
Né
pare testimoniare alcuna inclinazione antimperialista la storia e
l’attualità dei rapporti internazionali della Repubblica
Islamica.
Nonostante
la violenza verbale della campagna propagandistica contro il "grande
satana" (Stati Uniti) e contro Israele, l’Iran di Khomeyni
aveva interessi convergenti con gli alleati diabolici. Per l’uno
e per gli altri il nemico assoluto in Medioriente era il nazionalismo
arabo, laico e progressista, in grado, soprattutto dopo la vittoria
della rivoluzione in Iraq, di ingenerare in prospettiva ravvicinata
un processo di sviluppo economico e sociale autonomo che avrebbe
investito l’intera area – penalizzando e forse mettendo
in crisi l’egemonia statunitense – e che avrebbe portato
l’Iraq a dotarsi di un apparato militare capace di costituire
un pericolo concreto per il "piccolo satana". La Repubblica
Islamica ha ottenuto prezioso sostegno finanziario e militare tanto
dagli Stati Uniti quanto da Israele durante la guerra con l’Iraq
[13]: fino da allora la teocrazia iraniana, eliminata ogni possibile
opposizione interna, mirava ad espandere la sua influenza politica e
religiosa sul mondo arabo, e rappresentava il miglior antidoto alla
febbre antimperialista (non semplicemente antiamericana) che, con
punte più e meno accentuate, tendeva a pervadere gli arabi
ex-colonizzati.
Nella
prima Guerra del Golfo la neutralità iraniana veniva ottenuta
dal governo iracheno in cambio della firma del trattato di pace
notevolmente vantaggioso per l’Iran [14], ma l’"errore"
sarà corretto dagli ayatollah con la piena collaborazione
assicurata agli americani in occasione dell’aggressione contro
l’Iraq nel 2003.
Dopo
avere attivamente collaborato con gli Stati Uniti nel sostenere le
milizie musulmane bosniache durante la guerra in Jugoslavia [15], ed
avere affiancato il "grande satana" nell’aggressione
americana all’Afghanistan [16], l’Iran è stato
attore chiave nell’agevolare la guerra americana contro l’Iraq
(a partire dal falso dossier sulle inesistenti "armi di
distruzione di massa"), nell’affiancare le truppe di
invasione con la penetrazione di milizie addestrate per condurre una
guerra coperta contro la Resistenza irachena, per compiere azioni di
terrorismo sotto falsa bandiera, per annichilire la volontà di
resistenza della popolazione civile con barbari massacri dei
fiancheggiatori della Resistenza armata, ma anche con azioni
pianificate di "pulizia etnica" contro sunniti, cristiani,
sciiti laici, palestinesi, e con violenze ed eccidi per imporre la
shari'a. Le Badr Brigates (milizia dello SCIRI,
il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica) e il
Mahdi Army di Moqtata al-Sadr hanno fatto di gran lunga più
morti che non i bombardamenti americani [17].
Insediato
nel governo fantoccio iracheno servo di due padroni con il
beneplacito degli Stati Uniti, l’Iran sostiene apertamente il
regime afghano [18], e non manca di appoggiare le fazioni settarie
integraliste sciite in Pakistan [19], Paese in via di
destabilizzazione in funzione degli interessi geopolitici
statunitensi e degli appetiti delle grandi compagnie coinvolte negli
affari dei gasdotti [20] oltre che oggetto dei bombardamenti
americani.
A
dispetto degli infuocati scambi di accuse reciproche, dunque, esiste
una più che discreta sintonia tra il "grande satana"
e la teocrazia che governa il "Paese degli Ari", un vero
bastione antimperialista secondo i "nostri" commentatori
[21]!
Quanto
allo zelo nel difendere i Palestinesi intrappolati a Gaza, piacerebbe
sapere per quale motivo i Palestinesi intrappolati nell’Iraq
occupato sono stati invece perseguitati e massacrati dalle milizie
filo- iraniane [22]. Forse perché rimasti partigiani dello
Stato laico e impermeabili alla islamizzazione forzata? Ma nemmeno
per i palestinesi dei Territori occupati gli ahyatollah dimostrano
grande considerazione: nonostante le ripetute proteste del Comitato
per il Boicottaggio e il Disinvestimento in Israele, l’Iran
intrattiene ottime relazioni di affari con Veolia e Alstom, le
multinazionali impegnate nella costruzione delle colonie israeliane
in Cisgiordania e Gerusalemme est [23].
Vero
vincitore della seconda Guerra del Golfo, l’Iran non intende
mancare l’occasione di accedere alla spartizione del mondo
arabo approfittando della relativa debolezza degli Stati Uniti (più
che mai invischiati in guerre che non riescono a vincere) e del
progressivo raffreddamento delle relazioni USA-Israele.
Con la
fine dell’URSS e dopo la distruzione dell’Iraq, infatti,
il ruolo dello Stato ebraico, argine all’espansione sovietica
in Medioriente e avamposto militare contro ogni speranza di
unificazione araba, tendeva a perdere la sua ragione strategica. Non
si può negare che, all’interno degli Stati Uniti, abbia
continuato ad operare a favore dei piani israeliani in questi anni
una cosiddetta "lobby ebraica", ma è impensabile
attribuirle una influenza decisiva sulle scelte dell’Amministrazione
in fatto di politica estera: le ragioni del capitalismo e
dell’imperialismo non si fondano sulla difesa di interessi
particolari di un nucleo, per quanto agguerrito e potente, ma sulla
dinamica della mondializzazione capitalista, e non si affidano a
think-tank, per quanto influenti, espressione di una pedina che è
parte non determinante del sistema di dominio.
Eliminato
il comune nemico, l’Iraq, dalla scena mediorientale, sono
venute anche a cadere le motivazioni dell’alleanza sotterranea
tra lo Stato sionista e quello teocratico riportando le due potenze
regionali ad una situazione di fronteggiamento e confronto di
interessi contrapposti. Se Israele mira a gestire intere aree di
produzione e gli scambi commerciali nel "Grande Medioriente",
l’Iran si propone di dilatare la propria influenza politica
nella regione lasciando alle multinazionali occidentali il privilegio
di sfruttare risorse e forza lavoro (come si evince dal nuovo corso
delle privatizzazioni): i due progetti sono palesemente
incompatibili.
Con la
guerra del 2006 contro il Libano il governo israeliano intendeva
innanzitutto colpire i tentacoli della piovra iraniana per frenarne
le mire espansionistiche e, come obiettivo massimo, creare
pregiudizio alla ipotizzabile futura alleanza tra Stati Uniti e Iran.
Inserendosi nello scontro l’Iran si proponeva di impedire un
eventuale avanzamento del cosiddetto "processo di pace": la
"pacificazione" tra Israele e i maggiori Stati arabi
avrebbe evidentemente allontanato la prospettiva di penetrazione
politico-militare iraniana nel mondo arabo.
A
prescindere dal maggiore o minore consenso che Hezbollah e Hamas
possano raccogliere all’interno dei loro Paesi e delle ragioni
che li oppongono allo Stato sionista, entrambe le organizzazioni
hanno assolto perfettamente il compito loro assegnato, quello cioè
di predisporre un casus belli per l’aggressione
israeliana.
Fermata
nella sua campagna militare dal veto statunitense, Tel Aviv incassa
una sconfitta politica e vede ulteriormente ridimensionata la sua
importanza quale alleato strategico degli Stati Uniti, ma ottiene di
dividere ulteriormente, indebolendolo, il fronte della resistenza
antisionista. È del resto evidente che, al di là
dell’effettivo valore sul campo delle milizie di Hezbollah e
degli errori di strategia militare di Israele, quest’ultimo non
avrebbe avuto eccessive difficoltà (oltre che nessuna remora)
a polverizzare il Paese dei cedri e la sua resistenza: tanto in
Libano quanto a Gaza la campagna sionista è stata fermata dal
veto statunitense (e da quello della cosiddetta "comunità
internazionale") a dimostrazione che non è Israele a
dettare le condizioni.
Hezbollah
entra stabilmente nella compagine governativa libanese e garantisce
al suo sponsor iraniano una tribuna da cui lanciare una intensa
campagna propagandistica di promozione dei precetti religiosi e
politici dell’Islam.
Teheran,
con l’operazione libanese ma ancor di più con la
"vittoria" di Hamas a Gaza, ottiene una base territoriale
nel cuore del mondo arabo, una base da cui muovere per portare
l’attacco dell’Islam politico dentro le maggiori nazioni
arabe, dentro l’Egitto e l’Arabia Saudita, e vede
notevolmente accresciuto il suo ascendente sulle masse arabe.
La
mobilitazione delle comunità sciite, sobillate dagli agenti
iraniani, che inneggiano alla secessione in Arabia Saudita [24], e i
progettati attentati a firma della Fratellanza Musulmana (alleata di
Hezbollah) in Egitto [25] non sono certo semplici operazioni di
propaganda, e meno che mai azioni rivoluzionarie: non appoggiano
movimenti popolari contro gli odiosi regimi fino ad ora complici
degli americani favorendo l’unità delle organizzazioni
di opposizione, ma cercano di scatenare violenze settarie dentro
nazioni arabe, violenze che hanno lo scopo di fomentare una guerra
civile tra il popolo, colpendo sì i governi, ma per portare
questi Paesi in uno stato di destabilizzazione che agevoli interventi
di forze esterne. Possiamo facilmente predire che, in un simile
scenario, non saranno solo le forze iraniane ad intervenire! Non è
nemmeno difficile preconizzare che si possa arrivare anche per questa
via a quello smembramento delle nazioni arabe auspicato dagli agenti
mondiali dell’imperialismo e dal capitale transnazionale
interessato alla realizzazione del cosiddetto "Grande
Medioriente" – cioè l'area compresa tra Egitto e
Turchia a occidente, Afghanistan e Pakistan a oriente – verso
il quale sono rivolti gli appetiti dei grandi investitori oltre che
delle maggiori compagnie petrolifere nel mondo. È così
che l’Iran assolverebbe al suo ruolo "oggettivamente
antimperialista"?
Difficile
dire, sulla scorta delle considerazioni fatte sopra, che siano le
sorti della Palestina e dei palestinesi a stare cuore ai dirigenti
politici iraniani o che sia il fanatismo antiebraico (l’antisionismo
ha ben altra dignità) di Ahmadinejad a motivare gli aiuti in
armi e denaro forniti ad Hamas: l’esportazione della
"rivoluzione islamica" ha altri e più vasti
orizzonti e, a quanto pare, non crea pregiudizio ad una alleanza di
fatto, ancora per poco celata, con il "grande satana"
capitalista e imperialista.
Così
come non è per feroce odio razziale di origine religiosa che
Israele aggredisce Libano e Palestina con bombe al fosforo, ma per
cinico calcolo strategico, come è naturale che avvenga per un
Paese colonialista, capitalista e razzista. "Secondo il
viceministro della Difesa israeliano Ephraim Sneh, la guerra con
Teheran non è una questione di se, ma di quando […] il
Libano è semplicemente il preludio a una guerra ben più
ampia con l’Iran’" [26]. Allo stesso modo possiamo
leggere l’aggressione a Gaza. E pare ridicolo sostenere che
l’efferatezza dei crimini israeliani nella regione siano frutto
di una cultura religiosa. La spietatezza non è prerogativa
dell’ebraismo, né inclinazione esclusiva dei sionisti:
si tratta di terrorismo contro la popolazione civile identico a
quello praticato, con la complicità tra gli altri dello Stato
italiano, dagli anglo-americani in Iraq e in Afghanistan, perché
il terrore è l’arma per vincere la resistenza di un
popolo. La colonizzazione e l’occupazione della Palestina è
in sé un’aberrazione della storia e un atto criminale
contro i diritti umani.
In
realtà, benché sia già nei calcoli lo scontro
diretto con l’Iran [27], Israele teme ben di più la
prospettiva non lontana di una destabilizzazione globale del
Medioriente. Il conflitto generalizzato neutralizzerebbe l’egemonia
militare dello Stato degli ebrei, e un teatro con più attori
ostacolerebbe l’accesso ai centri produttivi e ai mercati arabi
all’asfittica economia del Paese (che non sarebbe, allo stato
attuale delle cose, in grado di sopravvivere in assenza dei
consistenti aiuti americani). Lieberman, nel discorso delle 1100
parole in occasione del suo insediamento nella carica di ministro
israeliano degli Esteri, ha infatti affermato che i veri problemi per
il "mondo libero" arrivano "dal Pakistan,
dall’Afghanistan, dall’Iran e dall’Iraq - e non dal
conflitto israelo-palestinese" [28]. E in una intervista al
quotidiano russo Moskovski Komsomolets ha dichiarato che è
molto più concreto il pericolo che l’arsenale atomico
pakistano possa cadere nelle mani dei fondamentalisti islamici
rispetto a quello rappresentato dall’atomica iraniana [29].
Mentre è evidente che Israele ha ora un nemico in comune con i
Paesi arabi "moderati" (Egitto, Arabia Saudita, Marocco,
Giordania) minacciati dall’espansionismo sciita iraniano, e,
dunque, ha interesse a non compromettere le proprie relazioni con
essi [30].
Da parte
sua l’ Amministrazione Obama non solo ha avviato trattative con
il governo degli ayatollah e con quello siriano [31] e ha reso
pubblico l’intendimento di arrivare ad un disgelo nelle
relazioni USA-Iran con il plauso della Unione Europea [32], ma ha
anche associato l’Iran al programma di "ricostruzione"
dell’Afghanistan [33].
È
palese la divaricazione crescente tra la politica estera di
Washington e quella di Tel Aviv: sullo sfondo si profila una sorta di
sconvolgimento delle alleanze, una situazione in cui grandi e medie
potenze faranno scontrare sul campo i propri satelliti, ogni genere
di fazioni armate locali e organizzazioni terroriste. E la Russia?
Potrebbe essere l’ago della bilancia o sbilanciarsi a favore di
Israele. Cosa che potrebbe fare la differenza tra un conflitto
mediorientale combattuto per procura da attori regionali e un
conflitto mediorientale di più vaste proporzioni.
È
ancora lecito aderire all’"Ahmadinejad fans club" in
nome della sua pretesa difesa della causa palestinese?
Indubbiamente
la Repubblica Islamica costituisce un elemento di disturbo verso
l’attuale egemonia statunitense in Medioriente e i suoi
interessi a medio termine si contrappongono a quelli dell’"entità
sionista", ma attribuirle per questo un ruolo "oggettivamente
antimperialista" – come sostiene attualmente la più
parte dei commentatori del movimento contro la guerra –
contraddice la più elementare e fondamentale ragione della
lotta contro l’imperialismo: l’antimperialismo è
un progetto di emancipazione di una società dal dominio
economico e politico esercitato da una potenza capitalista su un
popolo, è un movimento nato con le guerre di liberazione
nazionale anticoloniali e fondato tanto sul principio di
autodeterminazione quanto su quello della dissoluzione del vincolo di
dipendenza dal modello di sviluppo della potenza dominante. In altre
parole, è intrinsecamente legato alla lotta contro il dominio
del capitalismo. E contro la guerra imperialista, da chiunque
condotta.
Un ruolo
contingentemente antiegemonico, come al massimo può definirsi
quello dell’Iran degli ayatollah, giocato non certo con la
finalità di emancipare le popolazioni mediorientali dallo
sfruttamento capitalistico ma per assoggettarle ad un dominio
teocratico che incarna l’assolutismo reazionario come mai si è
verificato nella storia, è il ruolo del peggior nemico degli
antimperialisti come delle masse proletarie e popolari.
Lo
testimonia il grande e variegato (oltre che estremamente coraggioso)
movimento di opposizione interna alla Repubblica Islamica [34] e il
movimento nelle università [35]; lo rende evidente il
moltiplicarsi degli scioperi in tutti i settori della produzione. Lo
dichiarano inequivocabilmente le organizzazioni della resistenza
iraniana, Mujahedeen-e-Khalq [36] e Hands off the People of
Iran [37] in primo luogo, ma anche le associazioni studentesche
[38] e il Partito del Lavoro dell’Iran [39].
Perché
gli antimperialisti nostrani non fanno riferimento a queste
formazioni e non si impegnano a fianco delle masse popolari oppresse
dell’Iran piuttosto che confidare nelle virtù
"rivoluzionarie" dell’idolatria? Perché non
reagiscono alla censura e all’esclusione decretata da Stop
the War contro l’organizzazione dell’opposizione
iraniana Hands off the People of Iran colpevole di aver
criticato il governo di Teheran [40]?
Perché
il movimento contro la guerra, invece di dare voce ai blogger
iraniani che quotidianamente rischiano la vita per denunciare le
atrocità commesse dal regime, le giustifica in nome del
diritto ad una "diversa civiltà giuridica", oltre ad
accogliere al suo interno personaggi come George Galloway che si
pronuncia contro l’asilo politico ad un gay iraniano condannato
a morte [41]?
Si
tratta dello stesso movimento contro la guerra che, dopo averne
avallato la diffamazione, ha approvato il linciaggio e l’assassinio
di Saddam Hussein e degli esponenti del governo antimperialista
iracheno.
Personalmente
non ho altro da aggiungere se non che l’uso sistematico della
tortura, l’avvilimento delle donne, l’assassinio degli
studenti e dei lavoratori, l’impiccagione di adolescenti gay e
di giovani donne mi riempie di pre-politica indignazione.
1 –
"I Mojaheddin del popolo fanno appello all'insurrezione e alla
lotta armata clandestina, che si traduce in sanguinosi atti di
terrorismo: il più grave il 21 giugno , una bomba distrugge la
sede del Partito della Repubblica islamica, decimando l'élite
del regime. La repressione contro i Mojaheddin del popolo è
sanguinosa. Il gruppo fugge in Iraq sotto la protezione di Saddam
Hussein". (Iran: cronologia. Dalla rivoluzione alla guerra - Il
manifesto – 8 febbraio 2009)
2 –
Mamadou Ly, Iran 1978-1982 – Prospettiva Edizioni, Roma,
giugno 2003.
3
– Cfr.: Carlo Remeney, Una
vita a metà –
agosto
1998.
4 –
"Il regime, dal canto suo, celebrò il martirio dei
giovani su diversi registri. Ne fece la risorsa principale della sua
legittimità. […] è in nome dei diseredati morti
per la patria e degli emuli dell’imam Hussein che la Repubblica
islamica governa. Ma questi giovani diseredati non sono più
presenti come forza politica organizzata, e ciò permette di
parlare in nome loro e al posto loro". (Gilles Kepel, Jihad.
Ascesa e declino – Carocci, 2001)
5 –
"Nel Corano e nella tradizione di Mohammed – secondo gli
Hadith che costituiscono la seconda principale fonte di
ispirazione per tutti i musulmani – la proprietà
privata, l’esistenza di diseguaglianze sociali, dei ricchi e
dei poveri sono frutto ed espressione della volontà divina, e
in quanto tali sacri […]". (Mamadou Ly, op. cit.)
6 –
"Proprio nella storia dell’Iran maturarono i processi che
segnarono anche da questo punto di vista la specificità dello
sciismo rispetto al sunnismo con cui condivide il corpus fondamentale
musulmano: ossia un intreccio profondo e una relazione non lineare ma
indubbia tra costituzione di una nuova identità statale e
processo di costituzione di un clero che, proprio attraverso la
rivoluzione iraniana si assunse direttamente il controllo e la
gestione del potere, introducendo le importanti novità
rappresentate dalla teoria del wilayet al faqih" (Mamadou
Ly, op. cit.)
7
– Cfr. Con
il proletariato iraniano in lotta contro la feroce repressione della
borghesia islamica.
8
– Cfr.: Paola Rivetti, Daftar-e
Takim-e Vahdat: pratiche di pressione politica nella Repubblica
Islamica d’Iran.
9
– Cfr.: Valeria Poletti, Saddam
Hussein "uomo degli americani"
– 6
aprile 2007.
10 –
Non è certo possibile rendere conto dell’enormità
dei crimini perpetrati dal regime contro la popolazione; ci
limitiamo, a titolo di esempio, a rimandare ad alcune fonti
facilmente consultabili:
11 –
solo alcuni esempi:
Cfr.:
http://www.iwsn.org/
"Secondo
la testimonianza di Alì Ghaderi, responsabile della politica
estera dell'Organizzazione
dei Guerriglieri fedaian del Popolo Iraniano,
'La rivolta del popolo iraniano contro le politiche repressive
del regime ha radici lontane, che si fondano nella resistenza
democratica che dura da più di due decenni e da una lotta
popolare che ha costellato il cielo della democrazia iraniana con
più di 150.000 martiri fucilati o morti sotto le torture dal
1982 ad oggi. Non è un caso che una delle richieste degli
studenti e degli operai è la libertà immediata per
tutti i prigionieri politici’". (Roberto
di Nunzio,
La
rivolta degli studenti in Iran: "No agli Usa"
– 18
giugno 2003 -
"A nome dei
diciassettemila operai e impiegati della VAHED, compagnia di autobus
di Tehran e dintorni, vogliamo informare voi, organizzazioni dei
lavoratori nel mondo, e tutti coloro che soffrono per la violazione
dei più ovvi diritti civili, che oggi, 28 gennaio, il nostro
massiccio sciopero ha incontrato l’assalto senza precedenti
delle forze di sicurezza della repubblica islamica. Hanno razziato
le nostre case dalla notte precedente; hanno persino portato in
prigione i nostri bambini. Hanno arrestato un gran numero di persone
– la cifra esatta non l’abbiamo ancora ma certamente si
tratta di diverse centinaia. Hanno forzato alcuni colleghi a guidare
gli autobus, picchiandoli e minacciandoli. Hanno preso gli
aiuto-autisti dalle forze armate, e scatenato su di noi migliaia tra
forze di polizia e di sicurezza – in uniforme o in borghese –
al fine di rompere lo sciopero. Ecco in quale situazione ci
troviamo". (Lettera dei lavoratori dei trasporti urbani di
Teheran alle organizzazioni sindacali progressiste – 28
gennaio 2006 -
12
– "Il 3 luglio scorso, infatti l’ayatollah Khamenei,
la guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran, ha dato
semaforo verde a un grande piano di privatizzazione del settore
pubblico iraniano, che comprende quasi l’80 per cento
dell’intera economia iraniana. La guida suprema ha annunciato
che i pacchetti azionari anche di controllo di interi settori
passeranno dalle mani dello Stato a quelle di investitori privati. Si
parla di imprese e società bancarie, di trasporti, di
comunicazioni, di media, di compagnie minerarie e di servizi. Da
questa rivoluzione "liberista" sono esclusi il settore del
petrolio (la compagnia petrolifera nazionale rimarrà
strettamente pubblica) e le aziende legate alla produzione militare.
Per il resto, le porte del capitalismo iraniano sono aperte ai
privati: il piano era stato predisposto nelle scorse settimane da uno
dei tanti organismi della Repubblica islamica, il "Consiglio di
discernimento" presieduto dall’ex presidente Akbar Hascemi
Rafsanjani. Per capire l’importanza della faccenda, è
necessario fare un piccolo salto al primo giugno, quando il sestetto
già citato presentò ufficialmente a Teheran un
pacchetto di offerte tecnologiche, economiche e politiche per la
regolamentazione del programma nucleare iraniano. Quell’offerta
riguardava, tra l’altro, anche l’entrata dell’Iran
nel WTO, il centro nevralgico, il cuore pulsante della
globalizzazione, l’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Ovviamente, l’entrata nel WTO comporta notevoli vantaggi: il
piano di privatizzazione ha un doppio significato, da un lato
predispone l’economia iraniana alla globalizzazione governata
dal WTO, dall’altro dà un segnale politico positivo per
il negoziato di Larijani e Solana". (Claudio Landi, Iran,
la forza persuasiva del mercato globale –
11
luglio 2006).
due
operazioni esemplificative:
13 –
"Al pari degli Stati Uniti, anche Israele aveva rafforzato le
sue relazioni con l’Iran dello shah dopo che nel 1973 l’OPEC
aveva decretato l’embargo petrolifero nei confronti degli Stati
coalizzati nella guerra contro i Paesi arabi, e si era accordato per
un fruttuoso scambio di armi contro greggio. Con la caduta dello shah
l’interesse per questa relazione privilegiata non veniva a
mancare, anzi! L’addetto militare israeliano Ya’acov
Nimrodi teneva infatti aperto il canale di comunicazione con Khomeini
per la vendita di armi sul mercato privato, canale che si dimostrerà
di grande utilità per l’amministrazione Reagan durante
la cosiddetta crisi degli ostaggi. Come il ministro della Difesa
Ariel Sharon dichiarava al Washington Post nel maggio 1982 per
giustificare la vendita di armi a Teheran, 'l’Iraq è
nemico di Israele e noi speriamo che le nostre relazioni con l’Iran
rimarranno quali sono state in passato’. Quattro mesi più
tardi, durante una conferenza stampa a Parigi, egli ribadiva che
'Israele ha un interesse vitale nella prosecuzione della guerra
nel Golfo Persico e nella vittoria dell’Iran’. Questo non
era solo il punto di vista di Sharon, ma anche del primo ministro
Itzhak Shamir, esponente del Likud, e del laburista Shimon Perez".
(Valeria Poletti, L’impero si è fermato a Baghdad
– Edizioni Achab – Verona, 2006)
14
– "15 agosto - dopo otto anni di guerra, l'Iraq
inaspettatamente decide di firmare la pace con l'Iran, restituendo
2600 chilometri quadrati di territorio conquistati, riconoscendo i
confini stabiliti nel 1975 con il trattato di Algeri, e consegnando a
Teheran il controllo totale sullo Shatt al-'Arab. Il tutto in cambio
della neutralità iraniana".
(http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Golfo.)
15
– "Il portavoce della Casa Bianca, Mike McCurry, ha
ammesso ieri che un consistente flusso di armi ha raggiunto la Bosnia
dall' Iran, ma ha parzialmente smentito le rivelazioni del quotidiano
"Washington Post", secondo le quali cio' avverrebbe con la
tacita approvazione degli Stati Uniti. Secondo il quotidiano, negli
ultimi sei mesi, con il tacito via libera dell' amministrazione
Clinton, l' Iran ha recapitato "centinaia di tonnellate di armi"
ai musulmani di Bosnia, rafforzandone sensibilmente le possibilita'
di opporsi con successo alle milizie separatiste serbe".
(Corriere
della Sera 15,
aprile 1995 – )
16
– Cfr.: Farah Stockman, Amid
tensions, US, Iran both give lift to Afghanistan city
– 23
aprile 2007 – The Boston Globe.
17
- Scott
Ritter, ispettore dell’Onu tra il 1991 e il 1998, in un
articolo pubblicato il 25 gennaio 2005 da "ZNet7", denuncia
il piano statunitense denominato Opzione Salvador in ricordo
dell’analoga operazione condotta nel paese centro-americano nel
corso degli anni ’80: "Secondo alcune rivelazioni di
stampa, il Pentagono sta considerando l’ipotesi di organizzare,
addestrare e rifornire le cosiddette 'squadre della morte’,
gruppi di assassini iracheni che dovrebbero essere utilizzati come
infiltrati per eliminare la dirigenza della resistenza irachena. […]
Nel giugno 2003, le strade di Baghdad erano piene di squadre della
morte. […] Tra le più brutali ed efficienti unità
vi erano quelle dei membri della Brigata Badr, […] che si è
distinta come la più volonterosa ed abile nel combattere
contro i baathisti rimasti. […] L’Opzione Salvador
servirà ad innescare una guerra civile".
"Dal
2003 i pasdaran, presenti in misura massiccia in Iraq, hanno condotto
una politica parallela: se non opposta, certo diversa da quella
adottata ufficialmente dal governo iraniano; mentre i conservatori
religiosi hanno cercato di influire sui partiti religiosi, in
particolare Shiri e Da’wa, confidando in un Iraq dominato dalla
maggioranza sciita, i radicali hanno puntato su Moqtada al-Sadr. Nel
sostenere il giovane leader iracheno in momenti cruciali come la
battaglia di Najaf, intendono far capire agli Stati Uniti che
esistono limiti precisi alla loro campagna di contrasto delle forze
filo-iraniane". Nel sud del paese, e a Bassora in particolare,
tanto il governo centrale che i militari inglesi hanno perso quasi
del tutto il controllo del territorio, ora nelle mani delle milizie
sciite, che dominano i posti di frontiera, i porti, i giacimenti e i
terminali petroliferi, oltre a far valere la loro legge sulla
popolazione". (Renzo Guolo, Politica estera e fazioni in Iran
– in Aspenia, n°37, 2007).
18
– "Parlando a Kabul, Karzai ha sottolineato come
'l'intenzione di includere l'Iran con un ruolo regionale,
annunciata dagli Stati Uniti, è una cosa positiva e speriamo
di sfruttare al meglio questa opportunità per
il bene dell'Afghanistan’. La prima verifica di queste nuove
possibili convergenze nel teatro di guerra afgano si avrà alla
conferenza internazionale Onu-Nato dell'Aja, in programma martedì
prossimo. ( Afghanistan,
Karzai: "Il
piano Obama è quello che volevamo"
).
19
– "La 'guerra settaria’ tra sunniti e sciiti,
minoranza in Pakistan (15-20%), è costata, negli ultimi sei
anni, oltre 2mila morti e 4mila feriti in quasi 2mila incidenti: una
media di 100 morti l’anno che, nel solo 2004, aveva registrato
619 vittime. […] Secondo l’International Crisis Group,
gli sciiti inizialmente risposero organizzandosi militarmente quando
il generale Zia, il dittatore che impresse al Pakistan la svolta
propriamente islamica, iniziò a foraggiare e far crescere i
gruppi islamisti sunniti. Allora l’Iran ebbe probabilmente una
parte nel sostenere il movimento. […] Ma la politica non
controlla più le miriadi di gruppi armati che hanno fatto
delle guerre settarie in Pakistan l’elemento più
destabilizzante della recente storia del Paese.
E che continuano a colpire ignorando gli appelli di partiti e leader
religiosi" ( NUOVA
STRAGE PER L'ASHURA IN PAKISTAN.).
20 –
Due le opzioni "al vaglio": il gasdotto Iran-Pakistan-India
e quello Tirkmenistan-Afghanistan-India
21
– Uno per tutti, ecco cosa scriveva Fulvio Grimaldi il 17 marzo
2003: "Glielo fecero pagare usando la mannaia Khomeini, appena
insediato in Iran, dove era giunto su un aereo Usa, e già
impegnato in una bisogna analoga con lo sterminio delle sinistre
laiche e islamiche che avevano fatto la rivoluzione, poi rubata dai
preti". (Il
mondo, la sinistra, l’assassinio dell’Iraq, i partigiani
Mondocane
fuorilinea).
Il 5 ottobre 2005: "[…] il pur sempre provocatore
Ahmadinejad) razzista, fondamentalista, guerrafondaio e genocida".
(L’idra
a tre teste dell’imperialismo).
E il 27/2/06: "L’osceno sostegno, lungo la storica linea
strategica persiana, dato da Tehran agli occupanti genocidi, con la
radicalità nazionalista di Ahmadi-Nejad aveva incominciato a
pretendere un prezzo eccessivamente alto, perlomeno per i settori più
voraci del sionismo israelo-statunitense. Un intero governo e metà
del paese sotto il ferreo controllo dei viceré iraniani
Sistani e Al Hakim facevano presagire, più che un Iraq
spappolato in feudi al servizio del capitale USA, un Iran esteso fino
ai confini delle servitù coloniali americane della Penisola
arabica, soggetto imprevedibile e di portata strategica e geopolitica
incalcolabile. Dunque nessuno nega, come certe schematizzazioni di
queste analisi pretendono, la contraddizione di fondo tra un’Iran
potenza regionale in espansione e un blocco israelo-occidentale che
non tollera né correi né sbavature nel proprio
controllo del Grande Medio Oriente. Ma da lì a fare dell’Iran
un bastione antimperialista significa, alla luce del criminale ruolo
svolto dagli ahyatollah sul corpo straziato dell’Iraq, dargli
una del tutto immeritata patente di compagno di strada nella lotta
all’imperialismo. Sarebbe più opportuno prendere atto
che l’Iran, autentico Fregoli dell’attuale stagione
geopolitica, ha un giocatore su ognuno dei tavoli mediorientali dove
ci si contendono ruoli ed egemonie: appoggio a Hamas in Palestina e a
Hezbollah in Libano, politica di buon vicinato con gli autonomissimi
signori della guerra sciti nell’Est dell’Afghanistan,
azione biforcuta in Iraq con i secessionisti di Najaf, da un lato, e
con lo pseudo-unitario Moqtada, occhieggiante verso l’Europa,
dall’altro. Con i preti di Najaf si ricattano gli Usa, con
Moqtada si vorrebbero condizionare gli europei. Un’autentica,
ovviamente cinica, politica di potenza. Nulla più".
(Burattini,
burattinai e bari al tavolo verde dell’Iraq. Samarra, l’Iran,
Moqtatda al-Sadr e i soliti noti – Mondocane fuori linea).
Ed ecco cosa scrive oggi: "Visto che siamo in tema di atrocità
e menzogne, superata la nausea con la quale abbiamo contemplato
l'uscita dalla sala della conferenza ONU sul razzismo, sotto uno
sfolgorio di ipocrisia, di alcuni bonzi europei, ci siamo ampiamente
rinfrancati alla vista che la vera comunità internazionale,
quella dei quattro quinti dell'umanità, è rimasta, ha
applaudito le incontestabili parole del presidente iraniano (del
quale comunque mi fido poco) sui crimini e sul plateale razzismo dei
sionisti israeliani". (21 aprile 2009 - INTERVENTO
AL FORUM DI BELGRADO ). Ci piacerebbe che ci spiegasse cosa gli
ha fatto cambiare idea sul "razzista, fondamentalista,
guerrafondaio e genocida".
22
– www.uruknet.info/?p=44655;
www.telegraph.co.uk/news/worldnews/1540127/Shias-order-Palestinians-to-leave-Iraq-or-%27prepare-to-die%27.html
;
Aqeel Hussein e Gethin Chamberlain (da Baghdad), Shias
order Palestinians to leave Iraq or 'prepare to die'
– 20
gennaio 2007)
23
– Adri Nieuwhof and Omar Barghouti, Putting
words of support into boycott action – The Electronic
Intifada, 5
maggio 2009 –) . Il 16 giugno 2009
Teheran ha finalmente anullato il contratto con Veolia , dopo che
comunque Veolia aveva
abbandonato I lavori delle ferrovia di Gerusalemme. Invece,
continuano i rapporti di affari del governo iraninao con Alstom.
24
– "Il 24 febbraio, si sono avuti violenti scontri tra i
pellegrini sciiti e le forze di polizia e di sicurezza saudite
all’entrata della moschea del Profeta Mohammed a Medina. Il
momento e il luogo degli scontri potrebbero causare gravi
ripercussioni per la sicurezza interna, se non per il governo stesso.
[…] Le autorità saudite percepiscono le manifestazioni
sciite come un’affermazione della politica iraniana, perché
coincidono esattamente con la celebrazione del 30° anniversario
della Rivoluzione Islamica dell’Iran. La repressione degli
sciiti fa quindi parte della strategia del regno di rispondere al
tentativo dell’Iran di ottenere l’egemonia regionale".
(La
comunità sciita dell’Arabia Saudita intende affermare i
propri diritti –
26
marzo 2009 ).
Non è inoltre un caso che le regioni del nord dove è
presente popolazione sciita siano le più ricche di petrolio.
25
– "Qui l’obiettivo era l’Egitto stesso.
Secondo le dichiarazioni dei funzionari egiziani, un agente Hezbollah
chiamato Mohamed Yousuf Sami Shehab aveva già reclutato una
cinquantina di giovani: libanesi, siriani, sudanesi e palestinesi,
più una dozzina di sciiti egiziani. […] Secondo fonti
ufficiali egiziane, Hezbollah intendeva lanciare una massiccia serie
di attentati terroristici. Bersagli americani e israeliani erano
naturalmente i primi da colpire, ma lo scopo era quello di
destabilizzare l’Egitto e provocare enormi manifestazioni che
avrebbero potuto abbattere il regime e portare a un pronunciamento
militare. Il capo di Hezbollah Hassan Nasrallah si è tradito
quando ha ammesso, nel suo discorso di venerdì, che Sami
Shehab è affiliato alla sua organizzazione e che era stato
mandato in Egitto per portare "assistenza logistica" a
Hamas nella striscia di Gaza. Nello stesso tempo, Nasrallah lanciava
un virulento attacco all’Egitto condannandolo per il blocco di
Gaza e lo smantellamento dei tunnel del traffico d’armi: parole
che equivalevano a una dichiarazione di guerra all’Egitto. A
quel punto il primo ministro egiziano Ahmed Nazif dichiarava che non
è possibile scendere ad alcun compromesso sulla sicurezza del
paese". (Zvi Mazel, Hezbollah
mostra il suo vero volto al mondo arabo – Jerusalem Post,
13 aprile 2009 ).
26 –
Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council,
Gerusalemme e Teheran: il nuovo bipolarismo – in Aspenia
n°37-2007, Lo stato degli ebrei )
27
– "Comunque stiano le cose, altri eventi segnalano invece
che Israele si sta sempre più massicciamente preparando ad una
guerra, anche con proiezioni aeree a lunga distanza, come dimostrano
le esercitazioni nel Mediterraneo della scorsa estate, gli attacchi
alle istallazioni siriane e le incursione in Sudan. E per il prossimo
2 giugno Israele ha previsto la mobilitazione generale delle forze
armate e della popolazione per quella che si annuncia essere la più
grande esercitazione nella storia del paese. Il responsabile del
comando del fronte interno, il colonnello Hilik Sofer, ha dichiarato
che una settimana di manovre che riguarderà anche la
cittadinanza "trasformerà la popolazione d'Israele da
passiva ad attiva... vogliamo che i cittadini capiscano che la guerra
può scoppiare domani mattina". Secondo quanto riportato
dal sito informativo Debka, ritenuto collegato ai servizi segreti del
Mossad, il premier Netanyahu avrebbe sul tavolo un dossier che
prospetta la concreta possibilità di un grosso confronto
militare nei prossimi mesi con l'Iran, o Hamas, o Hezbollah, o
addirittura tutti tre insieme. (Simone Santini, Iran!
Iran! O forse Pakistan... –
30
aprile 2009)
28
– Daniel
Pipes, Finalmente
idee chiare in Israele –
22
aprile 2009.
29
– cfr.: Simone Santini, Iran!
Iran! O forse Pakistan...
– 30
aprile 2009.
30 –
"Bisogna tenere a mente che l’Egitto è alla testa
del fronte dei paesi arabi pragmatici in lotta contro le attività
sovversive iraniane in tutta la regione. […] In questa lotta
l’Egitto si trova alleato con Arabia Saudita, Giordania e
Marocco contro l’Iran e i suoi alleati: Siria, Sudan,
Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica e altri organizzazioni minori. […]
Alcuni suggeriscono che la faida tra Egitto e Iran possa tornare a
vantaggio di Israele, me non è affatto vero. Israele ha
bisogno di un Egitto stabile e forte". (ibidem)
31
– cfr.: USA:
Obama ha già avviato trattative con Iran e Siria
– Internazionale
– 3
febbraio 2009/.
32
– "Il disgelo nei rapporti con l'Iran avviamo dal nuovo
presidente Usa Barack Obama "apre una finestra d'opportunità
per negoziare su tutti gli aspetti del programma nucleare iraniano e
per impegnarsi in senso più ampio con l'Iran". E' quanto
affermano i ministri degli Esteri Ue nelle conclusioni approvate a
Lussemburgo, che "plaudono caldamente" alla svolta di
Obama, confermando l'impegno a seguire l'approccio a "doppio
binario": dialogo sul nucleare da una parte, sanzioni all'Onu
dall'altra". (Apcom
– Lussemburgo,
27 aprile 2009)
33
– "Una nuova strategia 'regionale’ per la
crisi in Afghanistan, attraverso il coinvolgimento dell'Iran, che
affianchi l'invio di nuove truppe americane nel Paese. […]
Oltre a continuare le operazioni anti-talebani in territorio
pachistano, già lanciate dall'Amministrazione Bush, la
strategia di Obama contempla però anche una forte componente
diplomatica, fondata sul coinvolgimento dell'Iran. 'Sarebbe
utile avere un interlocutore — ha detto al Post un alto
ufficiale americano —, gli iraniani non vogliono almeno quanto
non lo vogliamo noi, che l'Afghanistan sia retto da sunniti
estremisti’". (Paolo Valentino, Obama,
a Kabul si cambia: "Più truppe, coinvolgere l’Iran"
– Corriere
della Sera,
12 novembre 2008.)
34
– Basta dare un’occhiata al sito di Iranian
Workers Solidarity Network
(http://www.iwsn.org/)
35
– "Condanniamo ogni strumentalizzazione da parte dei
governi stranieri in particolare da parte dell'amministrazione
americana di queste proteste; la protesta della popolazione e degli
studenti in Iran ha radici profonde nella lotta di liberazione dal
fascismo religioso e uno dei suoi punti cardine è la lotta per
l'indipendenza politica ed economica dal sistema neoliberista e
creazione di un sistema politico secolare". (Appello
di sostegno agli studenti iraniani nelle prigioni della Repubblica
Islamica e alla loro lotta per la libertà e democrazia in Iran
promosso
da Organizzazione
dei Guerriglieri Fedayeen del Popolo Iraniano
)
"L'apparato
di sicurezza del regime è stato sguinzagliato contro gli
oppositori politici, lavoratori, donne e giovani. La marea delle
lotte giornaliere anticapitaliste dei lavoratori è stata
affrontata con arresti, con la ratificazione di nuove leggi contro la
classe lavoratrice e privatizzazioni forzate. Sotto il nuovo governo
iraniano, organizzazioni militari fasciste stanno guadagnando forza
politica e militare, creando una situazione minacciosa e
inquietante
per i lavoratori e l'opposizione democratica. […] Chiamiamo a
raccolta tutte le forze anticapitaliste, gruppi politici progressisti
e organizzazioni sociali affinchè si uniscano agli attivisti
della sinistra iraniana sia per opporsi ai progetti
dell'imperialismo, sia per organizzare forme pratiche di solidarietà
con la crescita del movimento contro la guerra e la repressione in
Iran, capeggiato dai lavoratori, dalle donne, dagli studenti e dalla
gioventù". ( Hands
of The People of Iran.)
36
– Il Dipartimento di Stato statunitense ha inserito il MEK
nella lista delle organizzazioni terroristiche. "I Muhajeddin
del Popolo sono stati fondati nel 1965 con l'obiettivo di combattere
contro il regime dello shah. Con l'arrivo dell'Ahyatollah Khomeini
nel 1979, sono diventati nemici del regime islamico, e sono stati
accusati di aver collaborato con Saddam Hussein durante la guerra
Iran Iraq del 1980 1988. La Corte di giustizia europea aveva
dichiarato illegittimo il loro inserimento nella 'lista nera' Ue,
avvenuto nel 2002, nel dicembre 2006. Il Consiglio Ue ha reagito
mantenendo il loro status di organizzazione terroristica, ma
promettendo di motivarlo. Da quanto la giustizia europea si è
pronunciata nuovamente a loro favore il mese scorso, i rappresentanti
del Pmoi
hanno
manifestato spesso di fronte al palazzo del Consiglio Ue per chiedere
giustizia. L'organizzazione, tuttavia, rimane nelle liste di
organizzazioni terroristiche di Usa e Canada".
(Mujahedeen-e-Khalq)
37
– fondato da alcune organizzazioni di esuli iraniani nel 2005 e
attualmente sostenuto da fuoriusciti stabilitisi in diversi Paesi.
(http://www.hopoi.org/main%20italian.html.)
38
– cfr.: No
alla guerra imperialista! No al regime teocratico!
(http://www.hopoi.org/main%20italian.html.);
http://www.autprol.org/public/news/news000012923062003.htm.
39
– http://www.toufan.org/ partito del lavoro dell’Iran –
http://www.tuc.org.uk/index.cfm
40
– http://www.hopoi.org/main%20italian.html.
41
– Peter
Tatchell, Galloway's
Iranian propaganda? –
26
marzo 2008 –