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“Morte nel complesso Samouni”

di Amira Hass

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28 settembre 2009

La famiglia Samouni di Gaza è divenuta, per sua grande sfortuna, una delle famiglie più note al mondo, una che viene ad essere identificata più di qualsiasi altra con l’offensiva del gennaio 2009 a Gaza. Ben 29 componenti della famiglia sono stati uccisi il 4 e il 5 gennaio, nei primi due giorni dell’attacco terrestre. Due di loro, a proposito dei quali aveva già scritto due settimane fa la stessa cronista – Atiyeh e suo figlio Ahmed di 4 anni – erano stati uccisi a casa loro; 21 rimasero uccisi in una stessa casa e nello stesso momento, mentre altri 6 furono uccisi singolarmente in circostanze diverse.

Dai racconti fatti dai testimoni oculari agli osservatori per i diritti umani ed ai giornalisti, alcuni in tempo reale e altri subito dopo che le forze armate avevano lasciato Gaza, è sorto il sospetto che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) abbiano ucciso quella gente, dentro o nei pressi delle loro case, persino dopo che era divenuto del tutto palese che erano dei civili; di aver impedito per diversi giorni il soccorso dei feriti e l’arrivo delle ambulanze; di aver usato i civili come scudi umani in un edificio confiscato per scopi militari; di aver sparato ad una colonna di persone che stavano fuggendo (e proibito l’evacuazione di una persona ferita ed ammanettata, che ha perso sangue fino a morire).

Secondo il portavoce dell’ufficio dell’IDF, dei reparti operativi all’interno dell’IDF stanno esaminando da "diversi mesi" le accuse riguardanti l’omicidio dei 29 componenti della famiglia Samouni. "Si sarebbe dovuto metter in rilievo che l’accaduto è suddiviso in una lunga serie di affermazioni specifiche che sono rapportate a tempi e luoghi diversi," ha dichiarato il portavoce. "Quando l’indagine sarà completata, le conclusioni verranno consegnate al Procuratore Generale Militare che deciderà sulla necessità di adottare misure supplementari.

Una fonte anonima dell’esercito ha raccontato a Haaretz che "mentre le relazioni iniziali erano prive di particolari sostanziali, essenziali per un serio chiarimento delle accuse ….le successive istanze che sono pervenute sono state molto più dettagliate."

Il complesso Samouni si estende su un’area a prevalente uso agricolo di 69 dunam (17 acri) nel quartiere di Zeitoun a sud-est di Gaza City. In esso, circa 34 edifici e baracche ( la maggior parte dei quali appartengono alla famiglia Samouni allargata, e alcuni ad altre famiglie) erano sparpagliati tra serre, frutteti, stie per le galline e alcune botteghe. Al momento della loro partenza, le Forze di Difesa Israeliane hanno distrutto nel quartiere 24 edifici, hanno sradicato frutteti, distrutto pollai e serre.

L’IDF si era schierato a piedi nel complesso nelle prime ore del mattino di domenica, 4 gennaio, dopo aver sparato agli edifici del quartiere per diverse ore e da tutte le direzioni. Gli abitanti che vivono in Salah a-Din Street hanno attestato di aver notato dei soldati che di notte si erano calati da un elicottero sul tetto di un palazzo del quartiere. I mezzi corazzati non erano penetrati nel complesso Samouni.

Ciò che segue fa parte di una ricostruzione dei fatti che Haaretz ha trasmesso all’ufficio del portavoce dell’IDF per avere una sua risposta. Essa si basa sui resoconti di testimoni oculari che Haaretz ha raccolto dai sopravissuti e sulle risultanze del Centro Palestinese per i Diritti Umani e di B’Tselem.

1. Il 4 gennaio 2009, alle 5:30 del mattino, il 33enne Nidal Samouni cerca di portare aiuto e di salvare due persone ferite che si trovavano nel campo vicino a casa sua sul bordo orientale del quartiere. Gli viene sparato e resta ucciso. (In apparenza, i due erano combattenti palestinesi.)

2. A seguito della sparatoria, scoppia un incendio al piano superiore del palazzo più alto del quartiere – la casa di Talal Samouni, di 51 anni, dei suoi figli e nipoti. L’incendio viene spento. I parenti che vivono negli edifici di amianto nelle vicinanze scappano a casa di Talal.

3. Alle 6 di mattina dei soldati irrompono nella casa del fratello di Talal, Atiyeh, di 46 anni. (Questo stesso corrispondente ha già scritto due settimane fa su come egli sia stato ucciso insieme al suo bambino.)

4. Il 4 gennaio, alle 6:30 del mattino, un reparto dell’IDF prende il controllo della casa della famiglia di Asa’ad Samouni ( a poche centinaia di metri ad est della casa di Atiyeh) e la trasforma in una postazione dell’esercito (una delle sei presenti nel quartiere). Poche dozzine di civili restano nella casa.

5. La famiglia dell’ucciso Atiyeh Samouni fugge verso una casa vicina.

6. Il 4 gennaio, alle 8 del mattino, Salah Samouni lascia la casa di suo padre Talal e porta suo figlio lattante a casa di Wael Samouni, che sembra più sicura perché non sta venendo presa di mira dagli spari. Mentre se ne va, intravede tre soldati a circa 40 metro dalla casa di Wael. Essi indossano cappelli dalle ampie tese, con sopra delle reti. Dapprima pensa che siano combattenti palestinesi dato che non s’aspettava di vedere dei soldati israeliani che camminavano nel quartiere. Deduce quindi che sono salvi dato che non ci sono palestinesi armati nelle vicinanze.

7. I soldati lo perquisiscono (gli fanno togliere la camicia e abbassare i pantaloni). Lui si rivolge ad un ufficiale e gli dice che gli spari spaventano il bambino. Quando uno dei soldati comincia a comportarsi sgarbatamente, l’ufficiale lo zittisce. L’ufficiale assicura Salah che non ci saranno più sparatorie. Per un’ora e mezzo non ci sono spari sulla la casa. Tutti sono contenti per la possibilità che hanno di parlare con i soldati e del fatto che questi stiano ad ascoltare i civili.

8. Alle 10 del mattino, circa, i soldati conducono la famiglia del confinante Rashad Samouni alla casa di Talal.

9. Walid, di 17 anni, figlio di Rashad, scende a pianterreno, dove viene conservato il cibo per gli animali. Non appena vede i soldati, viene preso dal panico e comincia a fuggire. Viene colpito ed ucciso.

10. Alle 11 del mattino fino a mezzogiorno, i soldati impongono l’evacuazione dalla casa di Talal Samouni di tutta la gente che vi era radunata. Il palazzo diviene un avamposto e una postazione di tiro. La famiglia viene trasferita alla casa di Wael Samouni, a poche dozzine di metri ad est – un edificio di cemento ad un piano ancora in costruzione, con una grande stanza. A detta di tutti, c’erano 97 persone.

11. Il 4 gennaio, alle 5:30 del pomeriggio, nella casa di Wael alcune donne vogliono cuocere del pane; c’è farina, ma non abbastanza cibo per tutti e i bambini stanno strillando per la fame. Diversi uomini escono di casa, percorrendo due metri per raccogliere della legna e fare un falò fuori di casa. Dei soldati, dislocati negli alti palazzi circostanti, guardano con sospetto mentre una ragazza di 14 anni, Rizqa Samouni, cuoce la pita.

12. Il 5 gennaio, attorno alle 6 del mattino, i bambini si svegliano e strillano per la fame e per la sete. Tutti i contenitori dell’acqua sono stati perforati dalle pallottole, non è rimasto nulla. Una donna con un bambino si recano ad un pozzo vicino dove riempiono due taniche d’acqua, mentre i soldati stanno a guardare.

13. Il 5 di gennaio, alle 6:30 del mattino, le donne e quattro o cinque degli uomini escono di nuovo dall’edificio per preparare un fuoco e cuocere della pita. Queste persone gridano in direzione della casa di Talal – 100 metri più in là – dove erano alloggiati alcuni membri della famiglia. Salah Samouni voleva che essi si unissero al loro gruppo, in quanto pensa che la casa di Wael sia sicura dato che là c’erano i soldati che li avevano trasferiti.

14. Contemporaneamente, circa quattro o cinque uomini cominciano a raccogliere della legna. Vogliono rompere un tavolo di legno compensato per bruciarlo. Tutto avviene sotto gli occhi dei soldati. Tutto ad un tratto, viene esploso contro di loro qualcosa – Salah Samouni fa l’ipotesi che fosse un colpo di mortaio o un missile lanciato da un elicottero o da un drone – che uccide Mohammad Ibrahim e ferisce Salah (alla testa), come pure Wael e Iyad.

15. Gli uomini feriti rientrano immediatamente nell’edificio; le donne cominciano a fasciare le loro feriti. Poco più tardi un altro colpo di mortaio o un missile piomba nella stanza – con le sue 96 persone presenti – ed esplode. 20 rimangono uccisi all’istante, mentre altri 30 circa sono feriti.

16. In mezzo alla confusione, al fumo e alla polvere, coloro che ne sono in grado abbandonano l’edificio, dopo aver cercato di stabilire chi era ancora vivo.

17. Una processione di diverse dozzine di persone lascia la casa di Wael, dirigendosi ad est verso la Salah a-Din Road. Scorgono un soldato in una postazione dell’IDF localizzata nella casa Sawafri. Salah, ferito, grida che sia mandata un’ambulanza. Lui sostiene che il soldato gli abbia urlato in risposta in arabo letterario: "Torna indietro a morire, arabo."

18. Ciononostante, loro proseguono verso Salah a-Din Road; un elicottero si libra sopra di loro. I soldati urlano "Tornate indietro, tornate indietro," e sparano sopra le loro teste, ma non su di loro.

Shifa Ali Samouni, una vedova di 71 anni che usa una carrozzina, aveva vagato dalla casa di uno dei suoi figli a quella di Talal e poi alla casa di Wael. "Nella mattinata (di lunedì)," rievoca, "ero andata in bagno quando, improvvisamente, ho sentito cadere qualcosa, che ha fatto pressione sul mio orecchio e io sto precipitando insieme alla mia casa. Quando sono rinvenuta, mi sono resa conto del sangue che colava dalla mia mano e del sangue che stava scorrendo dalla mia gamba. Non potevo vedere altro, il mio occhio non vede nulla. Dopo aver osservato il mio sangue, notai mio figlio Talal, che Dio abbia misericordia di lui, sulla sedia. L’ho chiamato, ma lui non ha detto nulla. Tre dei miei figli se ne erano andati (Talal, Atiyeh e Rashad) e così pure le mogli dei miei figli e i nostri nipoti. E li abbiamo visti morire tutti, e io non potevo distinguere l’uno dall’altro, quali fossero i miei figli, quali i miei nipoti. La mia testa è malandata, le mie orecchie tappate."

Quelli che seguono sono i nomi dei componenti della famiglia Samouni che sono stati uccisi in pochi minuti da un bombardamento delle Forze di Difesa Israeliane sulla casa nella quale erano stati ammassati il giorno prima dai soldati: Rizqa Mohammed, di 55 anni; Talal Hilmi, di 51; Ramha Mohammed, di 46; Layla Nabiyeh, di 41; Rashad Hilmi, di 41; Rabab Azzat, di 37; Hannan Khamis, di 35; Mohammad Ibrahim, di 25; Hamdi Maher, di 23; Safaa Subhi, di 22; Tawfiq Rashad, di 21; Maha Mohammed, di 20; Huda Nael, di 16; Isma’il Ibrahim, di 15; Rizqa Wael, di 14; Is’haq Ibrahim, di 13; Fares Wael, di 12; Nasser Ibrahim, di 5; A’zza Salah, di 2; Mu’atassem Mohammed, di 1 anno; Mohammed Hilmi, di 6 mesi.

Tra i morti: una madre con i suoi quattro figli (sono sopravissuti suo marito e la figlia); due genitori e i loro due figli (la loro figlia è viva) e un’altra coppia con le loro due figlie.

I soldati hanno lasciato dietro di sé dei graffiti nella casa di Rashad Samouni, che Haaretz ha visto e fotografato: "Fatto [fuori] 1, ce ne sono da fare [fuori] altri 999.999," " Il popolo di Israele vive," Dio è il Signore, non c’è nulla accanto a lui," "Dio onnipotente, noi ti amiamo," "Non abbiamo nessuno su cui contare, se non sul Padre nostro che è nei cieli," " Gli arabi devono morire," "Meno di 300 giorni prima del congedo," "Non abbiamo avuto la nostra parte di sangue."

(tradotto da mariano mingarelli)

Articolo originale:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1116912.html





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www.uruknet.info?p=s10590

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