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Doppio gioco dell'inviato di Bush in Iraq


James Baker, inviato speciale del presidente George W. Bush, cerca di persuadere il mondo a condonare il pesante debito dell’Iraq, ma allo stesso tempo, secondo documenti confidenziali, lavora per un gruppo commerciale che sta tentando di recuperare denaro dagli stati arabi. Il Gruppo Carlyle, di Baker, è un consorzio che lavora in segreto per cercare di guadagnare 27 mila milioni di dollari per conto del Kuwait, uno dei maggiori creditori dell’Iraq, avvalendosi di influenze politiche di alto livello. Si dice che Baker non otterrà benefici personali, ma il consorzio potrà guadagnare milioni di dollari in onorari e commissioni...


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Doppio gioco dell'inviato di Bush in Iraq

Naomi Klein, Nuovi Mondi Media

11 novembre 2004

James Baker, inviato speciale del presidente George W. Bush, cerca di persuadere il mondo a condonare il pesante debito dell’Iraq, ma allo stesso tempo, secondo documenti confidenziali, lavora per un gruppo commerciale che sta tentando di recuperare denaro dagli stati arabi.

Il Gruppo Carlyle, di Baker, è un consorzio che lavora in segreto per cercare di guadagnare 27 mila milioni di dollari per conto del Kuwait, uno dei maggiori creditori dell’Iraq, avvalendosi di influenze politiche di alto livello. Si dice che Baker non otterrà benefici personali, ma il consorzio potrà guadagnare milioni di dollari in onorari e commissioni.

Altri paesi, tra questi il Bahrein, sono oggetto delle richieste di Baker perché alleggeriscano il debito di 200 mila milioni di dollari che pesa sul nuovo regime iraqueno. Alla Gran Bretagna debbono più o meno mille milioni.

Un partecipante alla disputa internazionale ha descritto la strategia come "un traffico di influenze della specie più insolente".
Jerome Levinson, esperto in etica politica e d’impresa all’American Univeristy, a Washington, ha dichiarato a The Guardian: "Il consorzio dice al governo del Kuwait: con noi avete l’opportunità di recuperare una parte sostanziale del debito. Perché? Per chi siamo e per quel che sappiamo".

Il 5 dicembre 2003, quando Bush designò il segretario di Stato come inviato onorario, definì il suo incarico come una "nobile missione". Ma Baker è anche consigliere e socio azionista con un investimento di 180 milioni di dollari nel Gruppo Carlyle, che è una banca commerciale e appaltatore della Difesa.

A gennaio, il consorzio inviò al Ministerno degli Esteri del Kuwait un documento confidenziale di 65 pagine intitolato Proposta per aiutare il governo del Kuwait a proteggere e fare effettive richieste contro l’Iraq, secondo alcuni documenti ottenuti dalla rivista The Nation, a New York, che furono pubblicati il 13 ottobre sul sito web di The Guardian.
In una lettera datata 6 agosto 2004, il gruppo informa il ministero del Kuwait che i debiti scaduti dell’Iraq "sono in pericolo imminente".

Un’altra lettera avverte che l’opinione mondiale è a favore del condono del debito iracheno, che si evidenzia con "la designazione dell’ex segretario di Stato, James Baker, come inviato personale di Bush a negoziare le concessioni".

La proposta del consorzio rende esplicita la minaccia: non solo è improbabile che il Kuwait riveda uno solo dei suoi 30 mila milioni di dollari di debito che vanta sull’Iraq, ma addirittura gli altri 27 mila milioni in riparazioni di guerra che l’Iraq deve al Kuwait per l’invasione di Saddam Hussein, nel 1990, "potrebbero essere uno sconto in questo tentativo statunitense (di liberazione dal debito)".

Di fronte a questa minaccia, il consorzio offre i suoi servizi. La sua squadra di ex politici di alto livello, negli Stati Uniti e in Europa, ha una "stretta relazione personale con i partecipanti ai negoziati" e può "arrivare fino a coloro i quali sono incaricati di prendere decisioni nelle Nazioni Unite e in posizioni chiave".

Kathleen Clark, docente di diritto all’Università di Washington ed esperta in etica e norme di governo, segnala che ciò significa che l’inviato speciale si trova in "un classico conflitto di interessi. Baker sta da entrambe le parti in questa transazione: si suppone rappresenti gli interessi di Washington, ma è allo stesso tempo principale consigliere della Carlyle, e vuole essere pagato per aiutare il Kuwait a recuperare i suoi crediti in Iraq".

"La Carlyle e le altre compagnie- aggiunge- sfruttano l’attuale posizione di Baker per cercare di trovare un accordo con il Kuwait, che eluderebbe gli interessi del governo statunitense".
La notte del 12 ottobre, un portavoce della Carlyle assicurò che l’impresa aveva ridotto la sua partecipazione dopo la nomina di Baker. "Né il Gruppo Carlyle né James Baker avevano scritto, corretto o autorizzato questa proposta al governo del Kuwait. Quando Baker venne nominato inviato speciale, prima che la proposta si preparasse e fosse inviata, la Carlyle restrinse esplicitamente il suo impegno negli investimenti attivi per conto del Kuwait, attività in cui Baker non avrebbe avuto nessun ruolo né ricevuto nessun beneficio".

Secondo i documenti, la Carlyle pretende di ottenere, come parte dell’accordo, un investimento straordinario di un milione di dollari del governo del Kuwait.

La proposta principale consiste nel trasferire la titolarità di 57 mila milioni di dollari del debito iracheno a una fondazione creata e controllata da un consorzio i cui principali membri sono il Gruppo Carlyle, il Gruppo Albright (capeggiato da Madeleine Albright, anch’essa ex segretaria di Stato) e altre imprese con buoni contatti.

Conformemente all’accordo, il governo del Kuwait apporterebbe anche 2 mila milioni di dollari al consorzio per investire in un fondo privato creato da questi, e la metà di questo contributo andrebbe alla Carlyle.

A versamento avvenuto, il consorzio utilizzerebbe i suoi contatti personali per persuadere i leader mondiali che l’Iraq deve "massimizzare" i suoi pagamenti per le riparazioni al Kuwait. Più denaro il consorzio riesce a ricavare da Bagdad in un certo periodo di tempo, più guadagnerà il Kuwait, e il consorzio otterrà una commissione del 5 per cento o più.
L’obiettivo di massimizzare i pagamenti del debito di Bagdad contraddice il proposito di politica estera, espresso da Washington, di ridurre drasticamente il peso del debito iracheno.
Chris Ullman, portavoce della Carlyle a Washington, ha ammesso che il consorzio era al corrente del fatto che, in qualità di parte proponente, avrebbe ricevuto un compenso di mille milioni di dollari: "Eravamo consapevoli di questo. Ma non prendemmo parte ai negoziati per ottenere l’investimento".

"Come dire, avevate la possibilità di ricevere i mille milioni, ma non avete fatto niente per ottenerli?", le chiesero. "Esatto", rispose.

Ullman ha assicurato che Baker non riceverà benefici da questo investimento. "Abbiamo dei controlli che regolano il modo in cui vengono retribuiti i soci, possiamo fare affidamento su un grande ufficio di garanzia. Ci sono i meccanismi".

Quando gli abbiamo chiesto se la Casa Bianca fosse stata informata del fatto che il consorzio Carlyle stava negoziando i debiti con il governo del Kuwait nel momento della designazione di Baker, rispose: "Più tardi le farò sapere".

Dai documenti confidenziali, il consorzio sembra essere cosciente della delicatezza della posizione di Baker come socio della Carlyle e allo stesso tempo inviato di governo in relazione con il debito.

Immediatamente dopo aver enumerato tutti i partecipanti, potenti associati della Carlyle – tra cui l’ex Presidente George Bush, il primo ministro britannico John Major e lo stesso Baker -, il documento dice espressamente: "La partecipazione grazie alla quale questi individui possono avere un ruolo decisivo nella preparazione di strategie è oggi più limitata, a causa della recente nomina del segretario Baker come inviato presidenziale per il debito internazionale, e la necessità di evitare un apparente conflitto di interessi".

Nonostante questo, aggiunge che presto tutto cambierà: "Crediamo che con il ritiro del segretario Baker dal suo incarico temporale (comodo inviato speciale), la Carlyle e gli associati al gruppo saranno liberi di giocare di nuovo un ruolo decisivo.

Il 21 gennaio 2004 le due vite di Baker confluirono. Quella mattina volò in Kuwait come inviato speciale di Bush. Partecipò a una riunione con il primo ministro del Kuwait, il ministro degli Esteri e altri funzionari di primo livello, col dichiarato obiettivo di chiede il condono dei debiti dell’Iraq.

I soci del consorzio di Baker quello stesso giorno fecero in modo di consegnare a mano la proposta completa al ministro degli Esteri, Mohammad Sabah Salem Sabah, lo stesso uomo che avrebbe incontrato Baker.

La proposta includeva una lettera di presentazione firmata da Madeleine Albright; da David Huebner, presidente dello studio legale giuridico Coudert Brother (altro membro del consorzio) e da Shahameen Sheik, presidente di Internacional Strategy Group, una compagnia creata dal consorzio appositamente per questo accordo.

Shahameen Sheik, che effettuò la consegna, disse che la data fu una mera coincidenza. "Non aveva niente a che vedere con la visita del signor Baker... Io ero da quelle parti, e mi capitò di fermarmi durante il viaggio in Europa e consegnare la proposta".
La proposta "tiene in conto la nuova dinamica che si è sviluppata nella regione", segnala la lettera di Albright: questa dinamica include "le negoziazioni del segretario Baker" sulla cancellazione del debito.

Se il Kuwait accetta l’offerta del consorzio, continua la lettera, "faremo una distinzione dei reclami del Kuwait – legali e morali - sul debito in eccesso che Washington cerca di condonare".
L’Iraq è il paese più indebitato al mondo. "Questo debito mette in pericolo le prospettive irachene di salute pubblica e prosperità economica a largo spettro", disse il presidente Bush quando nominò Baker, il dicembre scorso.

In quei giorni i critici avanzarono dubbi sul fatto che Baker fosse la più persona idonea all’incarico, ma la Casa Bianca non ne tenne conto. "Jim Baker è un uomo di grande integrità", assicurò Bush ai giornalisti. "Siamo fortunati che abbia deciso di prendere parte ad una vita attiva e fare un passo avanti al servizio degli Stati Uniti".
Il portavoce Chris Ullman dichiarò, sempre in quei giorni, che la nuova missione di Baker non avrebbe avuto "nessuna rilevanza in assoluto per il Gruppo Carlyle".

Un giorno prima che si annunciasse la nomina, John Harris, direttore generale del Gruppo Carlyle, firmò una dichiarazione diretta al magistrato Alberto Gonzales, consigliere del presidente Bush. In essa affermava che la Carlyle "non partecipa a intrighi o cospirazioni" e che "non ha nessun interesse col debito pubblico o privato dell’Iraq".

Secondo i documenti, all’epoca di questa dichiarazione il consorzio aveva ricevuto da più o meno cinque mesi l’incarico dal governo del Kuwait di "preparare una dettagliata proposta finanziaria per la protezione e la monetizzazione" della ricompensa per le riparazioni dell’Iraq.

L’incarico fu affidato durante una riunione di alto livello con vari funzionari del Kuwait in Londra il 16 luglio 2003, secondo le informazioni ottenute da The Guardian.
La professoressa Kathleen Clark ha segnalato che le norme amministrative e penali proibiscono a funzionari del governo di partecipare ad atti governativi nei quali abbiano un interesse economico, comprendendo tra questi anche quando un’impresa straniera stipula accordi con un funzionario.

Nella dichiarazione al magistrato Gonzales, Harris scrisse che "il segretario Baker ha rinunciato alla partecipazione azionaria in benefici futuri, se ci saranno, che possano creare un conflitto con i suoi doveri ufficiali e non otterrà alcun vantaggio personale al suo ingresso come socio della Carlyle per il suo lavoro di inviato speciale del governo".

Ma l’accordo proposto al Kuwait è così grande che rimane difficile vedere come possa Baker evitare di ricavare vantaggi: Carlyle pretende di ottenere mille milioni di dollari, che rappresentano il 10 per cento del valore azionario dell’impresa.

Conformemente a questa proposta, l’impresa trarrà benefici da questo accordo per lo meno per i prossimi 12 anni.
"Anche se esiste qualche meccanismo per cui Baker non ottenga vantaggi diretti da questo accordo", segnala la professoressa Clark, "La Carlyle usa la sua posizione nel governo per beneficiarne." L’esperta sostiene che è giunta l'orache la Casa Bianca faccia chiarezza. "Qui c’è un tremendo bisogno di trasparenza".

Secondo lo specialista Jerome Levinson, "ciò che si propone è sabotare completamente la missione di Baker, e sfruttare il collegamento per mezzo di Baker con Ahmed Fahad, sottosegretario del primo ministro del Kuwait".
Questo funzionario del Kuwait ha dichiarato: "Ho visto (la proposta) e sono consapevole della situazione". Ma quando i giornalisti gli hanno fatto domande sul ruolo che impegna James Baker in questo accordo, ha risposto: "E’ difficile rispondere su questo punto, specialmente adesso. Spero che mi capiate".

Traduzione di Margherita Pagliero


Debito estero iracheno: il gruppo Carlyle "nasconde la mano"
Meno di ventiquattro ore dopo che The Nation ha reso noto che l’ex Segretario di Stato James Baker e il Gruppo Carlyle si erano accordati per trarre profitto dal debito iracheno verso il Kuwait, la NBC riportava che l’accordo era "revocato". A The Nation abbiamo iniziato a ricevere telefonate di congratulazioni per essere costati al Grupppo Carlyle un miliardo di dollari, la somma che la società avrebbe incassato dal governo del Kuwait per il pagamento 27 miliardi di debiti ancora non pagati dall’Iraq.

Ne siamo stati molto lusingati (per così dire) fino a che abbiamo capito che il gruppo Carlyle aveva appena messo a segno un magistrale colpo di relazioni pubbliche. Quando la notizia ha iniziato a girare, la banca di investimenti, che ha fatto della discrezione la sua fama, aveva bisogno di trovare un modo di evitare uno scandalo politico di notevole portata. Quindi, ha optato per la tattica aggressiva: di fronte all’inconfutabile evidenza di un ovvio conflitto di interessi tra gli investimenti di Baker con la Carlyle e il suo ruolo di delegato straordinario di George W. Bush per il debito estero iracheno, il gruppo Carlyle ha semplicemente negato tutto. La società ha, infatti, emesso un comunicato che sosteneva il desiderio del gruppo di non essere, "assolutamente e in nessun modo", coinvolto nell’accordo con il Kuwait; che "non farà nessun investimento con i proventi del Consorzio" e che, oltretutto, "il gruppo Carlyle non è mai stato un membro del Consorzio". Un portavoce ha comunicato al Financial Times che il gruppo Carlyle si è ritirato non appena James Baker è stato nominato delegato per il debito estero, perchè questo nuovo ruolo politico dell’ex-Segretario di Stato ha reso il coinvolgimento del gruppo "inopportuno". Misteriosamente, non c’è stato alcun comunicato, solo la promessa della Carlyle che ha garantito di aver informato i soci in affari " verbalmente".

Bisogna riconoscerlo: hanno avuto fegato. Nella proposta di lavoro offerta dal Consorzio al governo kuwaitiano – almeno due mesi dopo l’affidamento dell’incarico a Baker – il gruppo Carlyle viene nominato non meno di quarantasette volte; è il primo a essere menzionato tra le banche che fanno parte del Consorzio e il nome del socio James Baker è fatto almeno undici volte. In varie interviste ad altri membri del Consorzio, inclusa la società di consulenza di Madeleine Albright, l’Albright Group, hanno confermato che Carlyle era ancora coinvolto, e lo stesso hanno detto gli uomini di fiducia del Primo Ministro del Kuwait. Shahameen Sheikh, CEO (manager) del Consorzio, mi aveva detto che quando Baker era stato appuntato delegato in dicembre "il gruppo Carlyle aveva espresso molto chiaramente il desiderio di limitare il proprio ruolo a quello di gestione dei fondi" ma anche che l’impresa era ancora molto coinvolto nell’operazione.

Esattamente ciò che mi aveva detto il portavoce di Carlyle, Christopher Ullman, che ha anche ammesso che il gruppo avrebbe messo a segno un investimento di un miliardo di dollari se la proposta fosse stata accolta. Ullman mi aveva addirittura chiamato per ringraziarmi di avere citato accuratamente le sue parole, dopo che avevo riportato i suddetti dati e informazioni.

Quando dunque ho sentito del voltafaccia del gruppo Carlyle, ho chiamato Ullman per capire cosa stesse succedendo. La sensazione è stata quella di parlare con uno dei personaggi a cui è stato fatto il lavaggio del cervello nel film "The Manchurian Candidate", il rifacimento filmico di Jonathan Demme che racconta di un’impresa tipo la Carlyle dove cospira per candidare alla Casa Bianca un politico con il cervello comandato a distanza. Mi ha risposto come un automa: "Abbiamo saputo oggi che non abbiamo neanche mai fatto parte del Consorzio. Quando io e lei abbiamo parlato ieri, non ne ero a conoscenza". Per quanto incredibile, ha funzionato. La vicenda, apparsa sulle prime pagine dei giornali in tutto il mondo, negli Stati Uniti è invece è apparsa e scomparsa quasi contemporaneamente. Il New York Times non ha pubblicato una riga sul conflitto di interessi di Baker, nonostante in occasione della sua nomina a delegato per il debito estero avesse pubblicato un editoriale in cui lo invitatava a dimettersi dal gruppo Carlyle "in modo da adempiere al nuovo ruolo pubblico con onore". Kerry allo stesso modo nella sua campagna elettorale non ne ha fatto menzione, a quanto pare per paura che le critiche si ritorcessero contro i democratici a causa di Albright. Questo è stato il colpo di genio della Carlyle: quando a Baker è stato assegnato il suo nuovo ruolo, il Consorzio ha scelto Albright per presentare l’operazione; quando sono stati colti con le mani nel sacco, quelli del gruppo Carlyle hanno negato ogni coinvolgimento in questa operazione "inopportuna", scaricando la responsabilità su un democratico con un ruolo di rilievo.

Mentre la vicenda scompariva come per magia grazie alle dichiarazioni del Carlyle, è stato come se l’intero mondo dei mezzi di comunicazione degli Stati Uniti si fosse fatto impiantare nel cervello il chip del film di Demme. Da una parte c’era la pesante evidenza che il gruppo Carlyle ( "il club dell’ex-presidente", gestito come una società segreta tanto che Charles Lewis del Centre for Public Integrity, in uno studio sull’impresa, l’ha descritta come "un incontro di box contro l’ombra di un fantasma") aveva preso parte a un progetto che usava Baker per minare la situazione politica statunitense, possibilmente violando numerose leggi contro il conflitto di interessi, incluso il diritto penale. Nonostante ciò, il gruppo Carlyle è riuscito ancora una volta a scamparla.

È cruciale il fatto che la domanda centrale non abbia ancora avuto risposta dalla Casa Bianca: gli interessi economici di James Baker hanno compromesso il suo ruolo di delegato per il debito estero? È una domanda che non scompare semplicemente perché un miliardo di dollari resterà nelle cassaforti di un ricco emirato petrolifero piuttosto che in un fondo comune d’investimento in titoli azionari del gruppo Carlyle.

Una settimana dopo aver perso l’affare, il gruppo Carlyle ha pagato ai suoi investitori degli utili da primato, ben 6,6 miliardi di dollari. "Sono stati i migliori 18 mesi in assoluto" ha dichiarato al Financial Times con orgoglio Bill Conway, l’amministratore in carica per gli investimenti, aggiungendo "abbiamo prodotto reddito e l’abbiamo fatto in fretta."

In Iraq la situazione degli ultimi 18 mesi è andata notevolemente peggiorando e la posta in gioco per la performance di Baker in quel paese è considerabilmente più elevata. Questo è stato sottolineato il 13 ottobre dal ministro iracheno della sanità, che ha divulgato uno sconvolgente documento sulla crisi della salute pubblica, come conseguenza dell’invasione, che include epidemie di tifo e tubercolosi, oltre a un tasso di mortalità in continua ascesa per madri e bambini. Una settimana dopo la pubblicazione del documento, l’Iraq ha pagato altri 195 milioni di dollari per risarcimenti di guerra, soprattutto al Kuwait. Nel frattempo il Dipartimento di Stato ha annunciato che 3,5 miliardi di dollari per acqua, misure sanitarie e strutture elettriche sarebbero stati invece spesi per la sicurezza, con la scusa che, secondo le garanzie del vice-segretario di Stato Richard Armitage, la riduzione del debito estero sarebbe in dirittura d’arrivo.

Ci dobbiamo credere? Di fatto l’Iraq viene spinto sempre più a fondo nei debiti, con i 386 milioni di dollari in prestiti e sovvenzioni provenienti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Nel frattempo, Baker non è riuscito a coinvolgere un solo paese nel progetto di eliminare i debiti dell’Iraq: i creditori dell’Iraq, infatti, sanno che mentre Baker chiedeva loro di dimostrare clemenza, la sua compagnia offriva sottobanco al Kuwait un affare speciale per obbligare l’Iraq a saldare i debiti. Non è un genere di notizia che stimoli generosità e comprensione. Oltretutto, non avrebbe potuto scegliere un momento peggiore: il Club di Parigi sta per riunirsi per presentare un’ ultima proposta sul debito estero dell’Iraq.

Ma ciò non accadrà fino al 12 novembre. E se il 2000 ci ha insegnato una lezione, per il 12 Baker probabilmente si starà occupando di cose ben più importanti. Cercatelo pure negli stati ad elettorato incerto, se mai ci fosse bisogno di rubare un’altra vittoria alle urne.

Fonte: http://www.thenation.com/doc.mhtml?i=20041115&s=klein
Traduzione di Michela Pezzarini per Nuovi Mondi Media







:: Articolo n. 7047 postato il 11-nov-2004 16:17 ECT

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