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La competizione fra Turchia, Iran e Russia nel Caucaso

Mustafa el-Labbad, al-Ahram Weekly

1 giugno 2009

L’Iran e la Turchia sono impegnati in una serrata competizione regionale non solo in Medio Oriente, ma anche nel Caucaso. Un’analisi delle dinamiche della loro rivalità in quella regione è importante dal punto di vista arabo, poiché fa luce sui mezzi e sulle tattiche, sulle competenze e sulle risorse, che questi due paesi mettono in gioco in questa loro contesa. Ciò è vero a maggior ragione alla luce della somiglianza fra il modo in cui le due potenze portano avanti la loro rivalità nel Caucaso ed in Medio Oriente. In entrambe le regioni esse si tengono alla larga da un coinvolgimento militare diretto, ed invece costruiscono reti di alleanze attraverso le quali possono estendere e consolidare la loro presenza regionale. Il secondo denominatore comune è il coinvolgimento di un terzo importante protagonista nella definizione delle politiche e nell’assegnazione dei ruoli: gli Stati Uniti in Medio Oriente, e la Russia nel Caucaso.

Il Caucaso – crocevia fra l’Europa, l’Asia ed il Medio Oriente – consiste di due regioni politiche principali. Il Caucaso meridionale, composto dalle tre repubbliche indipendenti di Georgia, Armenia e Azerbaigian; ed il Caucaso settentrionale che, al contrario, è interamente situato entro i confini della Federazione Russa, ed è costituito dalle repubbliche autonome di Cecenia, Inguscezia, Daghestan, Adighezia, Kabardino- Balkaria, Karacajevo-Cerkessia, Ossezia del Nord, Kraj di Krasnodar e Kraj di Stavropol. Siccome la Russia ha da lungo tempo imposto la sua influenza dominante nel Caucaso settentrionale, l’Iran e la Turchia non sono affatto coinvolte in eventuali tensioni che possono emergere laggiù. E’, dunque, verso il Caucaso meridionale che dobbiamo volgerci per esaminare la rivalità regionale russo-turco-iraniana da quando sono emerse le tre repubbliche caucasiche indipendenti a seguito del crollo dell’Unione Sovietica.

Fattori geografici e storici concorrono a stabilire l’influenza di queste tre potenze nel Caucaso. Non solo l’Iran, la Turchia e la Russia costituiscono i confini naturali della regione, ma gli imperi persiano, ottomano, e russo, hanno avuto una lunga storia di controllo su di essa. Si potrebbe dire che per almeno tre secoli il Caucaso è stato il termometro degli equilibri di potere nel triangolo russo-turco-iraniano. Prese nel mezzo, le piccole e non molto popolose repubbliche caucasiche in fin dei conti dipendono, per la loro sopravvivenza, dalla loro alleanza con una di queste tre potenze. Troviamo perciò che, fin dalla sua indipendenza dall’ex Unione Sovietica, l’Azerbaigian si è alleato con la linguisticamente, etnicamente e culturalmente affine Turchia, mentre l’Armenia si è alleata dapprima con la Russia e più recentemente con l’Iran. Sebbene la Georgia abbia cercato di spingere il proprio sguardo a distanza maggiore, stringendo legami con l’Occidente in generale, e con gli Stati Uniti in particolare, non è riuscita a sfuggire alla morsa russa, come dimostrano gli eventi dell’estate del 2008.

Le alleanze fra le tre potenze regionali ed i paesi caucasici sono intricate quanto la morfologia della regione e la sua composizione etnico-linguistica. Il conflitto dei primi anni ’90 fra l’Armenia e l’Azerbaigian, che ha portato all’occupazione armena della provincia azera del Nagorno-Karabakh, esemplifica questa situazione. Sebbene l’Iran e l’Azerbaigian condividano un comune legame musulmano sciita, Teheran si è schierata dalla parte della cristiana Armenia a causa dell’alleanza dell’Azerbaigian con il suo avversario regionale, la Turchia. Similmente, la Georgia prevalentemente cristiana ha mantenuto buoni rapporti con l’Azerbaigian e con la Turchia, mentre ha relazioni abbastanza fredde con l’Armenia. Come questi esempi indicano, le considerazioni politico-strategiche hanno la precedenza sulle affiliazioni religiose e settarie nel definire le alleanze. Questi meccanismi si sono ripetuti secondo gli stessi schemi fin dalla metà degli anni ’90 ogniqualvolta le tre repubbliche caucasiche litigavano.

Più di recente, la visita di Obama in Turchia ha sancito ufficialmente una fase più intraprendente nelle politiche turche rivolte al vicinato di Ankara – fase che in realtà era iniziata circa un anno fa. La Turchia è attualmente impegnata in intensi negoziati con la vicina Armenia per normalizzare i rapporti fra i due paesi. Riaprire il confine che separa le due nazioni, chiuso fin dalla metà degli anni ’90, faciliterà l’accesso terrestre della Turchia all’Azerbaigian ed all’Asia centrale, mentre l’Armenia avrà un accesso facilitato all’Europa. Inoltre, il gasdotto Nabucco progettato per trasportare il gas naturale dal Mar Caspio all’Europa attraverso la Turchia, potrebbe passare anche attraverso l’Armenia, cosa che permetterebbe a quest’ultima di incrementare il proprio peso strategico e di dare ossigeno alla propria economia sofferente. Sotto il profilo dei meri interessi, pertanto, non vi è nulla che si opponga alla normalizzazione. Tuttavia, diversi impedimenti continuano ad ostacolare la possibilità che l’Armenia cambi la struttura delle proprie alleanze. In primo luogo vi è la questione delle centinaia di migliaia di civili armeni che furono uccisi, o che morirono durante le marce forzate, nel 1915. Mentre Erevan insiste perché Ankara riconosca ufficialmente il "genocidio" armeno compiuto dai turchi, Ankara si rifiuta di spingersi così in là. Pur esprimendo il proprio rincrescimento per questi eventi, Ankara sostiene che ci si trovava in tempo di guerra, e che non si trattò di un affare a senso unico. Un altro punto morto nei negoziati turco-armeni è l’occupazione armena della regione azera del Nagorno-Karabakh. Fino a quando questo problema rimarrà irrisolto, l’affinità linguistica, culturale ed etnica che lega la Turchia all’Azerbaigian impedirà la normalizzazione dei rapporti fra Ankara e Erevan.

Mosca ha seguito molto da vicino i negoziati turco-armeni. Il loro successo aprirebbe la strada al gasdotto Nabucco che spezzerebbe il monopolio russo sui rifornimenti di energia per via terrestre all’Europa. Inoltre, una volta rimosso l’ostacolo armeno, l’influenza turca nel Caucaso supererebbe quella dei suoi rivali russi e iraniani, visto che Ankara sarebbe in buoni rapporti con tutte e tre le repubbliche del Caucaso meridionale, di fronte ai buoni rapporti che Mosca e Teheran intrattengono solo con una di esse, l’Armenia.

L’Iran, da parte sua, ha poco da offrire per dissuadere Erevan dal portare avanti i suoi negoziati con Ankara. Teheran non può certo competere né con Mosca né con Ankara nell’offrire aiuti militari o economici. Il massimo che ha potuto fare, finora, è stato di fornire all’Armenia energia a basso costo in cambio dell’appoggio armeno contro l’Azerbaigian, il quale avanza rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Iran nord-occidentale, a cui Baku si riferisce con l’appellativo di "Azerbaigian meridionale".

L’Azerbaigian teme che Ankara si prepari ad abbandonarlo sulla questione della restituzione del Nagorno-Karabakh occupato dagli armeni, che non viene presa in considerazione nei negoziati turco-armeni. Sfruttando a proprio vantaggio la costernazione di Baku, la Russia ha invitato il presidente azero Ilham Aliyev a Mosca per dei colloqui. Il fatto che il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan abbia di conseguenza chiesto di presenziare anch’egli all’incontro può significare che Mosca potrebbe riacquistare il controllo sugli sviluppi nella regione. Sorprende poco, di conseguenza, che il presidente armeno Serzh Sargsyan abbia scelto proprio lo stesso momento per recarsi in visita a Teheran ad incontrare il presidente Mahmoud Ahmadinejad, il presidente del parlamento Ali Larijani ed il consigliere per la sicurezza nazionale Said Jalili. Ma, se la mossa armena è motivata dagli equilibri nel Caucaso, Teheran deve mantenere una prospettiva più ampia. Soprattutto, deve evitare di fare qualcosa che possa danneggiare le sue relazioni strategiche con Mosca solo per accontentare l’Armenia, per quanto Erevan possa essere importante per Teheran nella regione del Caucaso. Se sommiamo questa considerazione al fatto che Teheran non ha molto da offrire a Erevan al di là di forniture energetiche a basso costo, possiamo concludere che gli attuali colloqui armeno-iraniani avranno poca rilevanza.

L’interazione russo-turco-iraniana nel Caucaso è istruttiva per comprendere le dinamiche politiche delle potenze internazionali. Essa ci insegna, soprattutto, che gli interessi nazionali prevalgono sull’ideologia e sulle affiliazioni settarie ed etniche nella definizione delle alleanze. In secondo luogo, impariamo che gli strumenti principali che queste tre potenze regionali utilizzano nel competere fra loro sono la diversificazione ed il consolidamento delle alleanze attraverso la creazione di nuove aree di comune interesse strategico ed economico, in contrapposizione alla furia ed alle spacconerie che imperversano nella nostra regione mediorientale.

In base agli attuali equilibri di potere nel Caucaso, la Russia conduce, con la Turchia che segue da vicino in seconda posizione, e l’Iran in terza posizione. Tuttavia impariamo anche che la gerarchia delle potenze regionali non cambia da un giorno all’altro, e che cambiare tale gerarchia è un processo lungo e complesso in cui le risorse economiche, politiche e strategiche vengono dispiegate in maniera realistica, razionale, e risoluta.

Mustafa el- Labbad è un analista politico egiziano, esperto di questioni iraniane; é direttore dell’Al-Sharq Center for Regional and Strategic Studies, con sede al Cairo

Titolo originale:

Caucasian triangles


:: Article nr. s9931 sent on 03-jun-2009 05:20 ECT

www.uruknet.info?p=s9931

Link: www.medarabnews.com/2009/06/02/la-competizione-fra-turchia-iran-e-russia-nel-cau
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